Un po’ di romanzi LGBTQ+ letti tra Gennaio e Giugno

Uno dei buoni propositi per quest’anno era la creazione di un recap mensile sulle letture fatte: alla fine di ogni mese mi ero ripromessa di far uscire un articolo con tuuuuutto quello che avevo letto ma di cui non avevo fatto una vera e propria recensione.

Inutile dire che il progetto è fallito miseramente; sto ancora immersa dai libri del 2021.

In maniera abbastanza casuale mi sono ritrovata a leggere molti romanzi o graphic novels che contenevano o si focalizzavano su personaggi e persone della comunità LGBTQ+. Ho deciso di metterli tutti in questo calderone di brevi recensioni (poi non sono manco tutti, perchè ne ho letti troppi).

Partiamo subito con un bellissimo graphic, Scirocco di Giulio Macaione (Bao Publishing 2021, )

Lo ammetto, questo titolo l’ho preso dalla biblioteca perché pensavo trattasse di un amore lesbico e volevo aggiungerlo alla rubrica dedicata. Invece no.

La storia segue Mia, una ballerina che vive a Venezia con il padre e la nonna.

La nonna è malata di cancro e, alla notizia di un peggioramento delle sue condizioni, molla tutto per ritornarne nel suo paese natale, in Sicilia.

Mia e il padre Gianni la inseguono, per riportarla a casa…e non svelerò altro perché è una storia commovente e bellissima e spero che la leggiate anche voi.

[Ah, la storia gaya coinvolge il padre di Mia].

E niente, mi è piaciuto da matti, tanto che sono andata a vedere la pagina dell’autore, che vi lascio qui: Il blog di Giulio Macaione (consiglio di leggere la storia Giulio goes to USA!)

Le cattive di Camila Sosa Villada (Sur 2021, 223 pagine)

Bello. E inaspettato. Preso a scatola chiusa, perché la copertina mi piaceva (questo metro di giudizio mi ha portato a fare letture discutibili).

Camila è una donna trans che vive prostituendosi nel parco Sarmiento a Cordova, in Argentina. Un parco in cui una comunità, quello delle donne trans, si ritrova, parla, condivide gioie e dolori e, più di tutto, lo sdegno della società, che vuole mettere ai margini tutte le persone diverse e non riesce a integrarle.

È un romanzo molto molto breve, ma mi è piaciuto moltissimo.

L’autrice, Camila Sosa Villada, è un’attivista trasgender: non so quanta parte del romanzo sia ispirata a fatti autobiografici. Lascio qui l’incontro TED (che è presente sul sito dell’editore):

Andiamo oltre con un romanzo molto breve.

Macello di Maurizio Fiorino (edizioni e/o 2021, 160 pagine)

Ma…quanto sono belle queste copertine?

Sebbene la storia non sia originale – il protagonista scopre di essere omosessuale e vive la sua vita in un piccolo paesino siciliano degli anni ’70 – questo racconto lungo è bello.

Biagio è figlio del macellaio del paese, Bruno, persona scostante e brusca. Il paese è piccolo e arroccato, non ci sono vie di fuga. Qualcosa sembra finalmente cambiare quando Bruno si convince che Biagio possa essere un buon pugile, unica nota d’orgoglio in un figlio senza pregi.

A pugilato incontra Alceo e, nonostante i tentativi di amalgamarsi alla gente, arrivando a sposare una compaesana, Biagio rimane escluso e separato dal resto del mondo, come lo era stato il padre prima di lui.

Bello. Mi ha ricordato, per le ambientazioni, Il figlio prediletto, che è un altro romanzo che consiglio, sempre con personaggi LGBTQ+.

È da lì che viene la luce di Emanuela Abbadessa (Piemme 2019, 320 pagine)

Il romanzo è mega scorrevole ma…lascia un vuotino, qualcosa di inesplorato.

“È bravo, ma non si applica” si dice sempre a scuola (genitori, sappiate che questa garbatissima frase è da tradurre con “Suo figlio non studia una cippa e rimarrà una capretta”).

Il potenziale c’è, l’idea – ripresa da un fatto di cronaca, romanzata – c’è. Manca uno sviluppo capace di gestire il tutto.

Il protagonista è perfetto: non ha qualità negative. È buono, generoso, giusto e chi più ne ha, più ne metta. La sua badante ah, no, governante, è pure lei perfetta (non avevo visto arrivare la svolta lesbo!).

Ispirata alla storia di Wilheim Von Golden (qui ribattezzato Ludwig von Trier), fotografo tedesco gayo, il romanzo si svolge sull’isola di Taormina negli anni ’30. La trama accenna ad un incontro cardine per Ludwing, l’incontro con il giovane Sebastiano (giovane sta per diciassettenne, quasi diciottenne).

Di fatto non ci sono accenni ad una relazione tra i due e si cerca di portare tutta l’attenzione sull’estro artistico di Ludwing, un fotografo amante della bellezza più che della sessualità.

E niente, a parte una condanna blanda ai fascisti della città (come il fratello di Sebastiano, descritto come un violento ignorante) e una storia che avanza, ma non troppo (nata dalla gelosia di Agata, prima modella di Ludwing, che lo accusa di avere una relazione con Sebastiano, è un po’ campata in aria).

Ora, guardando le foto di Von Gloden, a parte sorridere di una certa artificiosità ricostruita (bambini messi in pose forzate, come a ricreare statue greco-romane), quello che fece scalpore fu la nudità dei corpi (maschili) e l’età dei modelli (spesso giovanissimissimi). Fatto che, pure oggi, non sarebbe guardato con simpatia.

Il merito che posso attribuire ora al fotografo, a distanza di quasi cent’anni, è aver saputo cogliere una Sicilia atavica, ormai scomparsa: riguardando gli sfondi, oltre l’artificiosità delle pose e dei costumi fittizi, si percepisce un paese rurale che pare sbalzato fuori dall’Ottocento.

Una storia simile si può fare anche per il cugino di Von Gloden, Guglielmo Plüschow, pure lui fotografo amante dei nudi maschili (l’Italia sul finire dell’Ottocento e l’inizio del Novecento era considerata un paradiso degli uomini gay di tutta Europa).

La storia si Sebastiano con Ludwing, nel romanzo, sembra ispirata alla relazione tra Guglielmo e Vincenzo Gaudi, modello e poi (forse) amante del fotografo(non c’è nulla di certo).

[La foto in copertina è intitolata Caino].

Padania Blues di Nadia Busato (SEM 2020, 262 pagine)

Non so. Non so cosa commentare. La copertina e la quarta di copertina lasciavano immaginare una storia..diversa? Oppure sono io che mi immaginavo roba diversa. In un paesino di periferia Barbie cerca di raggiungere la notorietà come modella, accompagnata dall’amico Maicol. Entrambi lavorano come parrucchieri – ah no, pardon, hair stylist – nel salone di Ric e Gian.

E…beh succede qualcosa, ma non abbastanza per rendere affascinante il romanzo. I personaggi ci sono, ma spesso risultano quasi macchiettisticamente identificati solo dalle loro esperienze sessuali e da pochi tratti caratterizzanti (il premio per i peggio descritti spetta sicuramente a Ric e Gian. Stereotipi a gogò).

Scritto sul corpo di Alan Bennett (Adelphi 2006, 57 pagine)

Lo cito, perché l’ho letto, ma non me lo ricordo proprio.

In questi ultimi mesi sto vivendo una sorta di bulimia letteraria: divoro – quasi letteralmente – valanghe di libri di ogni genere, con una voracità inspiegabile. Poi me ne ricordo un terzo neanche, ma continuo ad andare avanti. Freud ci avrebbe letto qualche disturbo – sicuramente legato al sesso, conoscendolo; probabilmente l’asocialità unita ad una vita lavorativa ridotta mi lasciano troppo tempo libero. Appena fa bello (perchè sì, questo articolo l’ho cominciato quando ancora si girava col piumino) ricomincio ad andare in bici, così i neuroni si ripigliano (spoiler: no, non si sono ripresi).

In più ora si è aggiunto una nuova ossessione: Webtoon. Io sono anziana inside, quindi non sapevo manco cosa fosse; nella speranza che c’è qualche altro anziano che mi legge, lo spiego: webtoon è un sito dove si leggono i fumetti online.

Ragà sto in fissa. E sto leggendo robe al cui confronto gli Harmony sono romanzi da Nobel; d’altronde avevo già una mezza idea che, nel futuro, sarei diventata un’acidissima signora di mezza età dedita alla lettura degli Harmony più imbarazzanti sul mercato, possibilmente con copertine di una tale pacchiosità da far scapppare i cani cechi.

Qui sotto potete vedere una selezione dei capolavori d’epoca che stiamo cercando di smerciare in biblioteca. Io pensavo di gettarli in un rogo – tipo nazisti in Indiana Jones e il sacro Graal – ma le volontarie mi hanno assicurato che questi sono i romanzi che vanno per la maggiore.

Notate l’originalità delle copertine e le pose naturalisssssssime dei modelli.
Ci tengo a far notare il primo libro in basso a destra, la cui autrice è Danelle Harmon. Ora. Io so che i nom de plum sono veri come una banconota da 300 euro. Ma un minimo di fantasia..sul serio, Harmon????? [Poi magari l’autrice si chiama davvero così, nomen omen]. Tra l’altro scopro che il titolo è il terzo di una serie di 10 LIBRI. DIECI. Tutti ambientati in mare (evidentemente nessuno dei protagonisti soffre di mal di mare, altrimenti addio baci bollenti e tocchi passionali).

Ecco, le robe che mi leggo su Webtoon sono peggio. Peggio. Provate ad immaginare l’abisso.

[Anche se ho trovato delle serie tenerissime, tipo Castle Swimmer. È proprio vero che mi sto rincitrullendo].

Tutto ciò che ti appartiene di Garth Greewell (Mondadori 2017, 213 pagine)

Solita storia: lui è un borghese americano che va in un paese povero (ok, più povero) e si infatua di un prostituto. Noi seguiamo l’uomo che continua a piagnucolare perchè ama il giovane, ma si sente sfruttato.

Storia anche scorrevole, ma che davvero davvero davvero abbiamo letto in millemila salse diverse, nessuna delle quali cerca di approfondire la situazione.

Per esempio, noi ci leggiamo tutte le pippe mentali del professore, incluse quelle sul tradimento e l’apparente disinteresse del giovane, descritto come un approfittatore.

Ma non sentiamo mai la versione di Mitko, il giovane che è costretto a prostituirsi e che, clichè dei clichè, rimane sfigurato e poi mortalmente compromesso da una malattia sessuale.

Niente, noi sentiamo sempre la versione del ricco e del privilegiato professore (privilegiato sia perchè americano ricco in un paese povero, la Bulgaria, sia perchè intellettualmente e culturalmente dotato di più mezzi).

E, sebbene il punto di vista sia quello del professore, e i lettori dovrebbero focalizzarsi su di lui, non si riesce a fare a meno di provare sincera pietà, dispiacere per Mitko, il povero disgraziato che non ha occasioni, non ha possibilità, costretto a implorare aiuto da un cliente (onoooo, il narratore senza nome ci rimane male ad essere un ‘semplice’ cliente e non l’Amore della sua vita).

Darius va tutto bene (forse) di Adib Khorram (Rizzoli 2021, 352 pagine)

Darius Kellner ha sedici anni, vive a Portland ed è mezzo persiano da parte di madre, ma sa più il klingon di Star Trek che il farsi, e conosce meglio le usanze degli Hobbit che quelle persiane. Ora, il suo primo viaggio in Iran sta per rivoluzionargli la vita.

Darius non è esattamente quello che si dice un ragazzo popolare a scuola: farsi accettare per quello che è non è mai stato semplice ed è convinto che in Iran sarà lo stesso. Ma quando abbraccia per la prima volta la nonna e incontra Sohrab, il ragazzo della porta accanto, tutto cambia. I due cominciano a trascorrere insieme le giornate giocando a calcio, mangiando faludeh e parlando per ore su un tetto, il loro posto segreto con vista sulla città di Yazd.

BELLO. Non indimenticabile, ma è uno dei pochi volumi che tratta il tema della depressione CON COGNIZIONE DI CAUSA. Non è un drammone spiappone, non è buttata in caciara. La depressione è presente ed è descritta BENE. Quindi, autori e autrici, si può fare.

Innanzitutto c’è la normalità della depressione, come una malattia qualunque (che è poi come dovrebbe essere): il protagonista, Darius, prende antidepressivi da quando ha 12 anni. E, amic*, ho lavorato in una scuola e vi posso assicurare che il tema delle malattie mentali è ancora sconosciuto. Alcun* insegnant* faticano a credere che un bambino di 10, 11 anni possa soffrire di depressione, forse immaginandosi ancora l’infanzia come una magica e fantastica età dell’oro.

Si mostra anche l’ereditarietà della malattia, perchè Darius quella depressione l’ha presa dal padre. Non si nascondono gli effetti debilitanti degli antidepressivi, come racconta verso la fine il papà di Darius, in uno dei momenti più toccanti del libro.

Sono felice perchè il libro è una dramedy, quindi non ci sono momenti pippone, ma non si glissa sulla depressione come se niente fosse.

E sì, in teoria Darius è pure gayo, ma la cosa passa molto in sordina e sono contenta così. Perchè sono una vecchia anziana e non voglio pipparmi altre storie d’amore.

Al momento in Italia è uscito solo il primo volume, ma in America è già uscito (da due anni) pure il seguito.

La metà scomparsa di Brit Bennett (Bompiani 2021, 400 pagine)

Bello. La storia segue due gemelle, Stella e Eden, che fuggono dal paesino in cui sono nate per cercare fortuna altrove. Dopo qualche anno però, Eden torna a casa con una figlia, nerissima.

Eden e Stella – ma in realtà l’intero paese –  è invece formato da afroamericani dalla carnagione chiara.

Il destino delle due sorelle sarà antitetico: mentre Eden torna a casa e lavora come cameriera nel bar del paese, la sorella decide di passare per bianca, ricostruendosi una vita e un’identità. La scelta di fingersi caucasica, chiamata passing, era una pratica realmente esistente e severamente punita; Stella ne rimane schiacciata, impedendosi di vivere la propria vita e di godersi la ricchezza del marito.

La svolta LGBTQ+ è rappresentata dal fidanzato della figlia di Eden, un ragazzo trans che è fuggito dal paesino per poter finalmente trasformarsi nel corpo che sente appartenergli.

Ci sono alcuni passaggi inverosimili e incontri fortuiti poco credibili, ma nel complesso la storia è bella e funziona.

Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli (Mondadori 2021, 124 pagine)

Il libro è velocissimo ed è un’autobiografia romanzata. Fulcro della vicenda, il periodo passato in un reparto psichiatrico dopo esser stato sottoposto ad un TSO nel 1994, quando ha appena vent’anni. Nel manicomio (ufficialmente il nome non esisteva già più), Daniele incontra un piccolo universo di persone, tra pazienti e infermieri. Vorrei davvero entrare nello specifico, ma ho la memoria di un lombrico svampito. Ricordo che mi era piaciuto molto.

La casa sul mare celeste di T. J. Klune (Mondadori 2021, 396 pagine)

Sono talmente sul pezzo che credevo di aver già parlato di questo romanzo (mi sembra di averlo letto a marzo, anzi ne sono sicura, in un rarissimo weekend al mare. Ricordo che avevo anche provato a fare l’influencer seria con foto di libro e sfondo spiaggioso, con risultato deludenti. Vi risparmio l’obbrobrio).

La storia è tenerissima, sebbene per nulla originale: il protagonista è un anonimo impiegato presso il Dipartimento di Magia Minorile. Il suo compito è controllare che i bambini con poteri, cresciuti in appositi orfanotrofi, siano ben accuditi. Un giorno viene inviato in un orfanotrofio su un’isoletta sperduta, dove fa la conoscenza di una serie di bambini magici super potenti e dello straordinario direttore, Arthur Parnassus.

La trama è banalina, ma la storia mi ha sciolto il cuore perchè è troppo tenera! Avete presente quando vi capita una giornata di cacca ripiena, infarcita di altra cacca, con un cappello di cacca?

[Sì, se ve lo state chiedendo l’Accademia della Crusca mi ha già contattato per il prossimo convegno dal titolo: “Semantica, morfologia e sintassi delle metafore nella lingua italiana: spunti di riflessioni poetiche”].

Ecco, quello è il momento ideale per leggere questo romanzo, perchè riesce a stampare un sorriso sul volto; sapete quei sorrisi involontari, sinceri, come quando guardate un cucciolo di cane un po’ tontino che cerca di mordere la sua stessa coda? O quando i bambini inseguono la propria ombra per ore (o forse era solo Soggettinus)? Comunque, quel sorriso lì: un sorriso involontario, ma carico di serenità.

E, ogni tanto, qualche gioia serve a tutt*. Grazie, amico autore.

Verso il paradiso di Hanya Yanagihara (Feltrinelli 2022, 768 pagine. Sì, avete letto bene 768)

La copertina secondo me è stata scelta dopo una serata passata a giocare a dama alcolica. I grafici si sono sfidati ad una gara di freccette: l’immagine che veniva colpita più volte sarebbe stata la copertina del romanzo. Ha vinto questa.

Basta. Io ho chiuso con questa autrice. Di questo romanzo mi dispiace non aver fatto uno dei miei post kattivi, perchè avrei avuto taaaaanto da dire. Il romanzo è diviso in tre parti che – purtroppo – non c’entrano una cippa l’una con l’altra. Se a questo aggiungiamo il fatto che le parti, prese singolarmente, sono deludenti e banali…non ne usciamo. Ragà, le storie raccontate NON HANNO NIENTE DI ORIGINALE. E, fin qui, nessun problema. Ma NON SONO NEANCHE SCRITTE BENE.

E allora qui casca il pollo (so che sarebbe l’asino, ma gli asini mi piacciono): o mi scrivi una trama banale, ma con uno stile unico, oppure mi scrivi una storia originale ma scritta in maniera banale (oddio potresti anche scrivere una storia bellissima con uno stile unico, ma non pretendo chissà che).

Non ti chiedo il mondo, ma un minimo sì, echecazz…

La prima storia è un’ucronia ambientata nell’America di fine 1800 in cui esistono degli Stati Liberi. Particolarità di questi “stati liberi” è che sono molto avanti dal punto di vista dei diritti civili. Per dire, è accettato e considerato legale il matrimonio tra persone dello stesso sesso (pure le ucronie ambientate 200 anni fa sono più avanti dell’Italia di oggi). Poi c’è razzismo a manetta, ma so’ dettagli.

E uno si potrebbe chiedere: ma perchè?

Il perchè è presto detto: il protagonista della prima storia è David, un rampollo di buona famiglia, che ha sempre fatto il parassita e vive in una grande casa a New York, appartenente al nonno. Il nonno chiede a David di levarsi dalle palle sposarsi, perchè sebbene in questa ucronia sia ok essere gay, esistono comunque i matrimoni combinati. Ecco allora che David incontra un pretendente, che illude senza pietà. Salvo poi perdere la testa per lo spiantato professore di musica che insegna in una delle scuole di proprietà del nonno. Il musicista è una chiara sanguisuga, ed è evidente a TUTT*, tranne, ovviamente a David.

Il nonno, che nonostante tutto è affezionato a quell’idiota del nipote, lo mette in guardia e assolda un investigatore privato che rivela un sacco di merdone sul musicista. Ma David, nonostante le prove lapalissiane, decide comunque di seguire il suo bello, avventurandosi con lui verso i territori della California (o da un’altra parte, comunque, fuori dagli Stati Liberi), dove i gay sono skifati. E perde la sua parte di eredità. Siccome il mondo è ingiusto, ha comunque una parte di fondi a disposizione. E così finisce la prima storia: con l’idiota che parte con il suo musicista. Io gli ho augurato le peggio cose.

Tralasciamo il fatto che sia scemo, David è una merda epocale. Illude per mesi un suo pretendente, portandoselo anche a letto in più occasioni, quando è innamorato di un altro. E poi ci viene rivelato un dettaglio inquietante del passato di David: è uno stalker. Ha stalkerizzato il suo ex per mesi (o anni?), scrivendogli moltitudini di lettere, andando a trovarlo, telefondandogli a casa anche se nel frattempo il poveretto si era risposato. E, nel romanzo, NON VIENE MAI EVIDENZIATA LA RESPONSABILITÀ DI DAVID. No, David viene descritto come un poveretto distrutto dalle pene d’amore. MA VAFFANBRODO, MALEDETTO. Stalkerare una persona non è sinonimo di amore imperituro. È sinonimo di stronzaggine. Male, autrice, che propaghi queste idee malsane.

Passiamo al secondo capitolo, che se no mi irrito pure di più. Il secondo capitolo è NOIOSOOOOOO. Anche qui il protagonista è gayo e ci viene raccontata la sua storia: siamo nel 1993, e il protagonista inizia a fare l’umile impiegato in uno studio importante, finchè il capo lo adocchia e i due si mettono insieme. Alla sua storia di alterna quella del padre ma, a differenza dell’autrice, ho un minimo di controllo e non vi ammorbo troppo. C’è una lunga e francamente poco delicata parte dedicata ad un misterioso morbo che colpisce le persone gaye, un chiaro richiamo all’AIDS, ma non vi voglio male e ve lo risparmio (cosa che avrebbe dovuto fare pure l’autrice).

La terza storia…ossignore la terza storia. Siamo nel futuro.

Così abbiamo ripassato i principali tempi verbali: passato- (semi)presente-futuro.

Nel 2093 il mondo è decimato da diverse pestilenze (abbiamo vissuto il COVID, quindi siamo ben rodati). In questo futuro, non chiedetemi per come o per cosa, esiste un regime totalitario che controlla le vite personali degli americani. E i matrimoni gay non sono proibiti, ma fortemente sconsigliati, anche attraverso pratiche legislative invadenti e limitanti (quindi uguale all’Italia del 2022). Il motivo per cui i matrimoni gay son proibiti non è chiaro, ma vabbè.

Non mi ricordo una pippa di questa parte, e vivo comunque bene.


Ora: l’autrice secondo me ha una fissazione malsana per le coppie omosessuali. O meglio, per le coppie omosesussali maschili. Perchè IN TUTTI I SUOI ROMANZI ci mette una o più persone gaye. Che, per l’amor del cielo, va pure bene. Ma la gaytudine non dovrebbe essere l’unico tratto distintivo di un personaggio. Le storie, se scritte bene, dovrebbero funzionare con un personaggio gayo, un etero, un alieno o una stella marina. Cioè, chissenefrega della sessualità.

L’autrice è etero e continua a scrivere di persone gay. Che va benissimo. Ma almeno fallo in maniera realistica. Non ti chiedo un documentario, ma già in Una vita come tante ci eravamo letti grandissimi strafalcioni. La discrepanza tra le descrizioni della Hanagihari e le persone gaye è la stessa dei porno lesbici: stesso realismo. È un punto di vista falsato e semplificato, e molto molto molto concentrato sul sesso e le performance sessuali.

L’autrice usa la gaytudine come espediente narrativo.

Anche in questo mattonazzo, a cosa serve che siano tutti gay? Cioè, che valore aggiunge al romanzo? Nessuno.

Come sempre con questa autrice, le donne e i personaggi femminili non sono pervenuti. C’è n’è una. Una nell’ultimo libro, uno dei personaggi scritti peggio del libro (e ce ne vuole).

Nel romanzo si fa riferimento a Washington Square di Henry James, perchè la trama è la stessa. Non è simile, o somigliante: è la stessa. In Whasington Square una giovane donna si innamora di un gold-digger. Il padre della donna allora interviene e pone fine all’idillio, non tanto per amore nei confronti della figlia, ma solo per interesse personale. Al termine del romanzo la donna non sposa il viscido e rimane zitella, ma si fa ricadere pesantemente la colpa su entrambe le figure maschili, padre e amante, che non si sono minimanente curate di lei (il libro è strabello, ve lo consiglio).

Ecco, la trama del primo capitolo è questa. Solo che invece di una pulzella, c’è un pulzello. Ma per il resto è UGUALEEEEEE.

E, altro grande difetto, le tre storie sono assolutamente scollegate tra loro. I brevi richiami tra un capitolo e l’altro, per esempio la grande casa, non bastano a rendere coeso un romanzo che, di fatto, sembra formato da tre parti separate.

Se un qualsiasi altro autore avrebbe portato questo manoscritto ad un editore, l’editore l’avrebbe cestinato. Immediatamente. Questa è robaccia.

Poi su goodreads leggo recensioni entusiastiche, quindi sarò strana io, che ci devo fare.

A prescindere dalla storia – che ovviamente può piacere o meno – rimango invece convinta che l’editore avrebbe dovuto intervenire in maniera massiccia per dare una parvenza di coesione al romanzo…cioè, che senso ha che i capitoli siano così diversi tra loro per stile e tematiche? E anche per numero di pagine? Praticamente metà libro è formato dalla terza storia. Come prodotto editoriale, un disastro.


E per concludere…

Ok, visto che sto parlando di LGBTQ+, mi sento di consigliare una serie tv e un podcast. La serie tv non è che sono io a consigliarvela, è il mondo intero: ragà sto in fissa con Schitt’s Creek. Le mie fisse di solito hanno durata limitata nel tempo, ma è da un paio di settimane che riguardo ossessivamente gli episodi della serie. E niente, la relazione tra David e Patrick è un modello fantastico, specie se vi sentite giù di morale. I due non hanno turbe perché sono gay o bi, non si fanno pipponi melodrammatici e non litigano per ogni caxxatina. Ah, che sollievo. Sono una coppia tranquilla, rilassata, bilanciata. Sarà che più o meno hanno la mia età, sarà che mi sono pippata troppi teen drama negli ultimi anni, ma la loro relazione è stata una ventata d’aria fresca. Se penso al momento della proposta di matrimonio mi scende qualche lacrimuccia, ma questo perché ho degli sbalzi d’umore, forse sono meteopatica o chissà. E niente, amic*, se volete un esempio di come si debbano rappresentare le diversità dello spettro sentimentale/sessuale, eccovene uno brillante. Anzi, ripensandoci, magari anche le coppie etero e cis potrebbero prendere esempio, grazie sceneggiatori. Siccome su youtube qualche anima pia si è preoccupata di creare una playlist della storia tra i due, ve la condivido (p.s. se cercate psicodrammi, rimarrete delusi).

Per il podcast invece sto più in tema libresco: parlo di Tiresia, prodotto dalla Emons (che già ci aveva regalato quella perla di Polvere. Il caso Marta Russo – lo so, lo so, vi sto triturando i timpani con questo podcast, ma mi ha folgorato). Purtroppissimo il podcast è composto solo da 8 episodi, ma sono tutti bellissimi. Narrata da Silvia Pelizzari, ogni puntata si concentra sulla vita di uno scrittore/scrittrice LGBTQ+. Non è bello, di più.

Spero in una seconda stagione!

https://emonsaudiolibri.it/audioserie-e-podcast/tiresia


Giusto per intenderci: lo so che inserendo questi titoli sotto la sigla “LGBTQIA+” sto focalizzandomi su un singolo aspetto dei romanzi citati, ne sono consapevole. Io la vedo un po’ come una di quelle bibliografie per l’estate, in cui si butta dentro un po’ di tutto, giusto per promuovere libri…anzi, sarebbe figo fare un articolo con le proposte per l’estate (ripensandoci, non so quanto sia un’idea furba: uno dei migliori libri letti in estate è stato Lolita di Nabokov, quindi non proprio robina rilassante. Senza contare che se inizio ora una bibliografia per l’estate, sarà pronta per Natale 2025).

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4 Comments

  1. Mi chiedo dove abbia trovato tu il tempo per dormire, con tutte queste letture, mi fai invidia, ultimamente è tanto se riesco a leggere un libro al mese.
    Comunque a parte scherzi mi fa un sacco piacere che tu abbia citato un numero considerevoli di autori italiani (che non conoscevo e che rimedierò= è un bel sintomo che almeno dal punto di vista intellettuale non siamo così indietro come si pensa, o se lo siamo, stiamo anche recuperando

    Piace a 1 persona

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