Mio fratello si chiama Jessica di John Boyne: quando le buone intenzioni non bastano

Editore: Rizzoli

Anno di pubblicazione: 2019

Pagine: 237

Un giorno il fratello maggiore che Sam idolatra, chiede alla famiglia di non chiamarlo più Jason, ma Jessica. Aggiunde di essersi sempre sentita una ragazza e che vuole cominciare il percorso di transizione. Per Sam, tredici anni, è un duro colpo. Così come per i genitori.

Il titolo prometteva male: usare la parola fratello anziché sorella, significa già misgenderare la persona trans.

Ma sono un’inguaribile ottimista, e ho cominciato fiduciosa il romanzo che proponeva un punto di vista originale: è il fratellino della persona trans a raccontare la storia.

Che è un punto di vista oggettivamente originale. Noi di solito leggiamo dagli occhi dei genitori (come in La madre di Eva, un libro che ho adorato ma in cui c’è una sorta di misgender del figlio trans. Però in questo contesto è semi-giustificato, perchè la storia racconta unicamente il punto di vista del genitore, quindi posso capirlo), o della persona stessa.

Idea potenzialmente interessante che purtroppo si frantuma in un mare di stereotipi.

Quando, arrivata alla fine, ho chiuso il libro, mi sono sentita male per Jessica, che ne subisce di tutti i colori.

Quindi, io ci metterei una spia rossa perché se una persona trans giovane prende in mano questo libro ci rimane malissimo. Perché, purtroppo, qui Jessica non ha voce e subisce le peggio cose.

Ma Jessica (chiamato Jason per tutto il romanzo) è meglio di Gesù: porge l’altra guancia e si lascia tartassare e insultare da chiunque senza mai perdere la pazienza o senza mandare a quel paese nessuno (una roba per cui meriterebbe il Nobel per la pace).

Fino alla conclusione a tarallucci e vino, a cui normalmente non sono contraria, ma qui si esagera: com’è che tutti vivono happyshalalalala se il padre di Jessica ha proposto A PIÙ RIPRESE l’elettroshock per “guarire” la figlia?

L’elettroshock? Ma stiamo scherzando?

Nel mentre Sam, il nostro idiotissimo protagonista, taglia i capelli a Jessica nella notte (potrei capire le motivazioni – anche se sono buttate lì alla cappero – ma il fatto che la povera Jessica sopporti stoicamente senza picchiare nessuno tutti i soprusi mi fa veramente spalancare gli occhi).

Robe che andrebbero denunciate al Telefono Azzurro, altro che.

Invece ci si concentra sui sentimenti di Sam. Senti, autore, io posso capire il punto di vista originale, ma mi leggo paginate intere di Sam che si lamenta di essere bullizzato a causa della sorella, ma manco mezza volta che Jessica si lamenti. Anzi, sminuisce pure gli atti di bullismo subiti.

Verso fine libro, per colpa di Sam, Jessica viene outed a tutto il paese, e non dice una cippa. Rimane lì, anzi, addirittura si presenta alla conferenza della madre vestita da maschio dicendo “avete vinto voi, non cambio più”.

E a quel punto Sam l’idiota urla la frase del titolo “Mio fratello si chiama Jessica”.

Volevo sotterrarmi. Io, immaginate Jessica.


Autore, ci hai provato.

Ma forse era meglio evitare.

Vi giuro, è una carrellata dell’orrore. Leggerlo pensando al personaggio trans FA MALE AL CUORE. Per come viene trattata, per quello che subisce, per il fatto che NESSUNO NELLA SUA FAMIGLIA porga delle scuse o si redima per aver trattato Jessica come una merda.

No, finiscono tutt* come la famiglia Mulino Bianco.

MAVAFFANCULO VA.

Nella postafazione l’autore cerca di pararsi il deretano, dicendo che lui sa cosa significhi sentirsi diversi perché all’età di Sam (13 anni) ha cominciato a capire di essere gayo, ma ci ha messo un botto di tempo a dirlo a tutt*.

Ok.

Fai parte della community LGBTQIA+.

Buon per te.

Ma non basta. Non basta. Scrive anche che ha consultato delle persone trans, cosa di cui io dubito tantissimo leggendo questo romanzo.

Secondo me il romanzo è un triggering assurdo: ad ogni pagina Jessica subisce qualche cosa, oltre ad essere chiamata Jason da tutt*, per tutto il tempo.

E poi c’è UN’OSSESSIONE per l’orientamento sessuale di Jessica. Giuro, Sam (e quindi credo l’autore) ne continua a parlare: “Ma sei gay”, “Ma il mio compagno dice che sei gay” “Ma ti piacciono i ragazzi”…

MA CHISSENEFREGA CHI LE PIACE, CONCENTRATI SULLA SUA STORIA INVECE DI FOCALIZZARTI SU CHI VORREBBE SCOPARE.

[Senza contare che Jessica è gay, cioè lesbica, perché le piacciono le ragazze. Quindi, sì, questa visione è comunque sbagliata. Cioè, Jessica NON sarebbe gay se le piacessero i ragazzi, essendo lei una ragazza. Quindi, autore, ripigliati].

Tornano sempre i classici stereotipi, come il fatto che Jessica capisca di essere una ragazza già da piccola, quando avrebbe voluto giocare con le bambol—MA MORITE TUTTI MALEDETTI.

Ancora con ‘ste cispole di pippe mentali sui giochi da maschio e da femmina? Ma ci ripigliamo????

Certo, dopo l’elettroshock forse avrei dovuto aspettarmi di tutto.

Mi sono vergognata di averlo esposto nella vetrina per la giornata dell’omotransfobia del 17 maggio. Mi sono vergognata.

Io non so. Ci vuol coraggio a fare certe robe, e poi a pubblicarle.

[Oh, sia chiaro, se una persona trans si sente rappresentata, taccio e mi sotterro].

È un romanzo che sicuramente aveva buoni intenti, ma davvero, autore, devi impegnarti di più. Nella postfazione John Boyne dice che secondo lui è sbagliato che un autore scriva solo “quello che sa” e tendenzialmente io sarei d’accordo. Ma se vuoi scrivere qualcosa che non conosci, almeno documentati.

Avrei capito il romanzo se avesse avuto una fine diversa. O se fosse stato pensato come un romanzo drammatico, o un romanzo di formazione con tinte drammatiche, in cui i genitori sono antagonisti, i kattivi della situazione.

Ma invece qui ci viene detto – viene proprio scritto – che i genitori sono persone per bene, genitori cool. Genitori che dovremmo, per qualche misterioso motivo, supportare.

Ma perché? Cosa fanno, esattamente, per guadagnarsi il rispetto del lettore?

Non solo non aiutano la loro figlia nel momento del bisogno, ma la ridicolizzano. Non si curano di lei, se non nel momento in cui la sua transessualità mette a repentaglio la carriera della madre.

Perché la madre è candidata alla carica di Primo Ministro. Ma deve ritirare la sua candidatura quando sui tabloid compare la storia di Jessica. In tutto questo tempo non viene MAI CONSIDERATO il punto di vista di Jessica. Quello che prova, quello che significa avere la stampa addosso in un momento delicato, quello della transizione non viene menzionato.

No.

I genitori non fanno NIENTE per proteggerla. È Jessica a tornare con la coda tra le gambe da loro, vestita da maschio, per essere accettata.

[Alla fine la madre ottiene pure la carica, ma, essendo in puro fantasy, adesso dedica più tempo ai figli. Certo, come no].

Ma ci viene detto che i genitori sono bravi. E quando dico che ci viene detto, ce lo dice Jessica, in un discorso che NESSUN ADOLESCENTE 17ENNE HA MAI FATTO. Mai, in tutta la storia dell’umanità. Ora, è appurato che io sono sempre stata una mega stronza, quindi immaginatevi durante l’adolescenza quanto simpa potessi essere, ma nessun adolescente parla così. Soprattutto non uno che ha confessato la sua transessualità e si è vista rifiutare:

“La verità è che siete più incoraggianti di quando voi stessi vogliate credere” ha continuato mio fratello Jason […]. “Lo so che tu presa dalla tua scalata, ma, in generale, siete due ottimi genitori. Ci lodate quando otteniamo buoni risultati, non vi arrabbiate se non succede. Avete sempre dato ascolto a quello che avevamo da dire e non ci avete mai picchiato […]. Non capite che, quando sono sceso a parlarvi quella sera, l’ho fatto perchè mi fidavo di noi? Ero sicuro che avreste capito e che mi avreste aiutato. Non siete voi quelli che stanno affrontando la difficoltà; sono io”.

Per la cronaca, la risposta della madre è:

Stiamo cercando di aiutarti […] Ma è così sbagliato non volere che ti trasformi in una ragazza?

Quando Jessica giustamente fa notare che non si sta trasformando, perchè non è un trasformer, ma che è da sempre una ragazza, il padre se esce con:

Non è vero! […]Sei un ragazzo!

Tutto questo accade dallo psicologo.

Quando Jessica se ne va infuriata perchè tutti l’hanno trattata di merda, il padre commenta:

Non ha più risposto alla mia domanda sull’elettroshock”. Ha detto papà alla fine, rivolgendosi di nuovo al dottor Watson. “Mi dica, si usa ancora?

Perfetto direi.


Altro grande problema: Sam rivela alla sua fidanzatina la transizione della sorella.

La fidanzatina lo dice al padre, che è l’opponente politico. È lui a rivelare alla stampa la storia di Jessica.

Quando la fidanzatina, tale Laura, confessa a Sam quello che ha fatto (condito di scuse improbabili “Non lo sapevo che sarebbe successo”, “Non avrei voluto”, “Non pensavo di fare nulla di male”), Sam la perdona. Così, su due piedi.

MA SCUSA, amico cretino, per colpa della tua fidanzatina tua sorella è stata buttata sulle prime pagine dei giornali! Ma com’è che con lei sei tutto Peace&Love e con tua sorella sei una gigamerda?

Muori.

Jessica intanto ha raggiunto i livelli di perdono paragonabili ad un solo altro essere in tutta la storia dell’umanità: Gesù sulla croce mentre urla “Perdonali, Padre, perché non sanno quello che fanno”, ma stoicamente tace (o forse le sue impressioni non sono importanti come quelle dei membri etero della sua famiglia?).

E niente, alla fine di tutto questo l’autore vorrebbe che noi dicessimo ai genitori e al fratello di Jessica: “Bravi, dopo un lungo percorso avete accettato la transessualità di vostra figlia! Meritate una medaglia!”.

Mi spiace, perché il libro aveva chiaramente l’obiettivo di far sentir meglio le persone. Purtroppo le uniche persone che si sentiranno meglio dopo aver letto il libro sono i genitori transfobici che, dopo aver fatto passare l’inferno alla prole, hanno deciso di accettare (o sopportare) l’identità sessuale scelta dai propri pargoli. Urca, bravi!

Io lo ribadisco, secondo me le persone trans, specie se giovanissime, non dovrebbero leggere questo romanzo perché non è una lettura piacevole o edificante. No, mi correggo: secondo me nessuno dovrebbe leggere questo titolo per parlare di transessualità.

E mi dispiace, perchè l’autore ha un ampio pubblico e questa poteva essere un’opera significativa, in grado di dare visibilità alla comunità trans.

Come nei film sulla schiavitù o sulle lotte razziali c’è sempre un white savior, ecco, qui c’è il mito dell’etero savior, rappresentato da Sam mentre urla ai cronisti “Mio fratello si chiama Jessica!”. Che , essendo un commento trasnfobico, avrei capito se fosse stato fatto a INIZIO romanzo, da un Sam che ancora non ha chiaro cosa sia e cosa significhi essere transessuali. Il fatto che lo faccia a FINE romanzo, dopo che ha avuto degli incontri con un terapista e che Jessica abbia iniziato a vivere con una zia, vestendosi anche come una ragazza, è ancor più preoccupante.


Nota finale: ripensandoci, anche il suo romanzo più celebre, Il bambino con il pigiama a righe, partiva da una premessa similare, cioè a raccontare la storia dei campi di concentramento è un bambino ariano che fa amicizia con un bambino ebreo. Forse rileggendo oggi quel libro darei un parere meno positivo.

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2 Comments

  1. Grazie per averne parlato! Pensa che mi compariva tra i titoli consigliati! Lo eviterò accuratamente!! Hai fatto un’analisi lucida e sacrosanta, c’è così tanta ignoranza in giro che anche quando l’intento è buono si finisce per nuocere ugualmente.

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