A far l’amore comincia tu – omosessualità femminile 8: Italians do it better?

Omammmaaaa chi l’avrebbe mai detto che da una rubrichetta nata quasi per caso, sarebbe sgorgata una serie di articoli così longeva (cioè, più di un anno!!! È un record personale!).

L’articolo non era nato come una roba tutta italiana…lo è diventato quando mi sono resa conto che 4 dei 5 libri che avevo inizialmente inserito provenivano dallo stivale più famoso della geografia: studenti di tutto il mondo, è grazie alla forma tipica dell’Italia che riconoscete sul mappamondo un Paese all’infuori dello Stato in cui vivete.

Comunque, mi intrippava la scelta di presentare una carrellata di titoli recenti (sono tutti usciti nel 2022) che trattano, in modi diversi, il lesbismo. Un altro aspetto che molti di questi titoli hanno in comune è il fatto di essere autobiografie, ma più sotto entro nel dettaglio di ciascuna opera. Su cinque opere citate, sappiate che 3 non mi hanno convinto, una si salva e una è carina. Però sono comunque contenta di portare titoli italiani, è bello sapere che anche da noi diamo visibilità e importanza alle rappresentazioni queer.

Nel frattempo vi ricordo le puntate precedenti (fortunatamente questi articoli non sono come il Marvel Cinematic Universe, in cui se perdi il film di Capitan BellaMutanda, poi non capisci come mai SalamandraWoman non riesca più a mimetizzarsi sul fondale delle fontane):

  1. Sole-cuore-amore
  2. Love is in the air

  3. Love is all you need

  4. Crazy little thing called love

  5. It must have been love
  6. I will always love you
  7. Can you feel the love tonight

[Non chiedetemi perchè ci siano spazi diversi tra i numeri; cercare di spiegarmi roba di tecnologia è come spiegare ai vostri nonni più fulminati cosa sia Zoom].

Comunque, avrei voluto pubblicare questo articolo in occasione del Pride month, ma ne avevo già una spatanfiata a cui dare la precedenza, e quindi eccolo comparire adesso!

Il fuoco nel cassetto di Francesca Cavalli (Salani 2022, 368 pagine)

Autobiografia della scrittrice, nota al grande pubblico per essere una delle autrici di Storie della buonanotte per bambine ribelli.

Viene fuori che l’autrice:

  1. non è molto più grande di me;
  2. ha vissuto una vita fighissima – o meglio, ha fatto un sacco di esperienze fighissime;
  3. è lesbica.

Il racconto parte dall’infanzia e dall’adolescenza in un paesino pugliese, Lizzano, e il radicato patriarcato che regnava, passando poi alla scoperta, già da adulta, dell’orientamento sessuale.

In alcune cose, specie nella descrizione dell’infanzia, mi ci sono rivista: per esempio, il diffuso patriarcato, seppur io venga da una famiglia con due genitori lavoratori in una città del nord Italia. Eppure la chiusura a certe idee, il fatto che alcune cose non avessero manco un nome, secondo me è comune a tutte le persone nate prima del 2000.

La parola gay è associata, nella mia infanzia, ad un insulto non ben chiaro; la parola lesbica non so neanche dove e quando l’abbia sentita per la prima volta, ma sicuramente era qualcosa di estraneo, eccezionale. Tipo avvistamento UFO.

La situazione è cambiata, cioè adesso capita sempre più spesso di vedere coppie di ragazzin* dello stesso sesso che passeggiano dandosi la mano. Ma fino ai miei vent’anni posso assicurare che era una roba strana, da additare a vista: ricordo ancora una vacanza a Rimini (o da qualche parte sulla riviera romagnola), in quarta superiore (anzi no, erano le vacanze estive prima dell’inizio della quinta). Eravamo tre pischelle in vacanza con lo scopo preciso di andare in discoteca ogni sera (come passa il tempo, ora se mi chiedono “Stasera vuoi uscire?” ho già un elenco con 10 scuse da proporre per svangarmela).

Durante una passeggiata sulla via centrale, la mia amica, indicandomi due tizi, mi dice “OOOOOOOOOH, hai visto che si tengono per mano?!?” con lo stesso tono che si potrebbe usare quando si vede una creatura verde con 7 teste che atterra da una navicella spaziale.

Sicuramente il mio giro di compagnie non era tra i più diversificati.

Ma, davvero, le persone gaye per noi erano praticamente alieni invisibili. Non ricordo che nella mia scuola – media e superiore – abbia mai sentito qualcuno che si definisse gay.

Il mio universo era lì: quando la Cavallo descrive un’adolescenza e un sistema socio-culturale che non prevedeva neanche l’esistenza di orientamenti diversi da quelli etero e cis, io la capisco. Mi ci rivedo. Chissà quante persone si sono sentite limitate, non hanno potuto esprimersi, hanno pensato di essere strane o sbagliate per questo. Senza internet, senza una persona che, se anche vive dall’altra parte del globo, racconta quello che stai passando tu, senza modelli o riferimenti nei mezzi di comunicazione…come potevi anche solo sapere che il guardare le persone del tuo stesso sesso non era una roba bizzarra?

Non è che adesso sia tutto rose e fiori, sia chiaro. Ma uno dei pochi progressi fatti è che si inizia a parlarne. E, anche se tra mille difficoltà, una persona fa meno fatica a trovare esperienze simili alla propria, grazie ad internet.

Questo libro è un po’ un tuffo nel passato, un tuffo dolceamaro, tra i ricordi dell’infanzia e le limitazioni del periodo in cui sono cresciuta (detto così, sembro una nata negli anni ’40).

La storia in sè..ok, è un’autobiografia, non posso commentare. Ma ritorna spesso il mantra “Se vuoi, puoi”, che è molto frustante.

Fame blu di Viola di Grado (La nave di Teseo 2022, 192 pagine)

Ci ho messo un saaaaacco a finire questa storia. In breve: la protagonista è romana che, in seguito alla morte del gemello, si è trasferita in Cina per insegnare italiano. A lezione conosce Xu, per cui si prende un’enorme cotta e ne diventa quasi succube. Il romanzo procede descrivendo dubbie pratiche erotiche – per esempio fare fiki-fiki in edifici abbandonati, come un ex macello (omiodddddio la germofoba che è in me stava morendo) – e bon.

Tante, tantissime pippe mentali della protagonista (riassumibili in: “non mi ama”, “perchè non mi chiama”, “perchè sta facendo gli occhi da triglia con quell’altra”), che io sopporto stoicamente solo negli YA, e ‘sopporto’ è un parolone.

Nulla da dire sullo stile, che è decisamente al di sopra della media.

Non mi ha coinvolta; anche il legame con il fratello c’è, viene ripetuto con una certa insistenza, ma non ha dei veri risvolti nella storia.

Sono breve e spietata, me ne scuso.

Speciale Elsa di Roberta Marasco (Piemme 2022, 240 pagine)

Ragà, continuo sorprendentemente ad essere sul pezzo, con un romanzo uscito da pochi mesi. Sono stupita.

Breve premessa fondamentale: il libro è pensato per un pubblico molto giovane, lettori e lettrici delle medie (dagli 11 anni in poi), e lo sottolineo perché lo sviluppo della storia è molto semplice. La motivazione è che c’è un target di lettura ben specifico in mente.

La storia segue Elsa, 14 anni e un sacco di casini familiari: il padre ha lasciato la famiglia per formarne una nuova; lei, insieme alla madre e al fratello, si sono temporaneamente stabiliti dai nonni paterni, in una convivenza forzata. La nonna, da sempre roccia della famiglia, è molto malata e con la miglior amica Carla sembra esserci sempre qualche fraintedimento.

A questo si aggiunge la bellissima e sfuggente Nora, attrice protagonista del film girato proprio nel bar di proprietà dei nonni di Elsa.

Allora, lo dico subito: la storia d’amore è molto molto molto semplificata e ricorda le classiche commedie in cui un* dei due protagonisti è bell* e famos*, mentre l’altra persona è un’illustre sconosciuta.

Film di questo tipo – e romanzi di questo tipo – negli anni 2000 erano come i venditori di cocco sulle spiagge italiane: ONNIPRESENTI. Te li beccavi al mattino, al pomeriggio e pure di sera in tv (e indovinate chi è che se li pippava TUTTI? Esatto, io. Poi sono cresciuta così).

Ecco, la premessa del romanzo è la stessa, quindi non brilla per originalità. L’aspetto che mi è piaciuto è il fatto che l’autrice non si sia soffermata sulla classica storia gaya di due innamorate che devono sopportare e superare i pregiudizi della gente. Qui il problema tra le due non è tanto il pregiudizio o la discriminazione, a cui si accenna molto vagamente, quanto la situazione in sé: cioè, se una delle due fosse stata un ragazzo, la situa si sarebbe svolta esattamente nello stesso modo. Grazie, autrice. Perché è così che si dovrebbero scrivere le storie gaye.

La riflessione sulla famiglia e le difficoltà sono, anche qui, abbastanza semplificate (il finale è un po’ troppo sole-cuore-amore per essere credibile) MA, come dico sempre, qui il target di lettura è composto da persone giovanissime (secondo me un po’ lo stesso di Come le cicale di Fiore Manni, un altro romanzo che consiglio). E quindi va bene, perché è importante prima di tutto validare l’esperienza di ciascuno, e se una ragazzetta, leggendo questo romanzo, può sognare ad occhi aperti di conquistare l’attrice più bella del mondo, allora sono contenta.

L’autrice è la stessa di Fazzoletti rossi (l’ho scoperto a fine libro), e da ora in poi la terrò d’occhio perché entrambi i romanzi letti mi sono piaciuti (tenendo conto che il pubblico di riferimento è molto giovane, quindi ovvio che a me la storia d’amore è sembrata un po’ troppo pastellata e idealizzata, ma ribadisco l’obiettivo del libro penso sia chiaro).

Il romanzo fa parte di una nuovissima collana della Piemme, Luna, di cui al momento sono usciti solo due titoli, dedicata “alle donne di domani”: libri con protagoniste ragazze della generazione Z:

Luna: la collana per raccontare le donne di domani | Blog | Edizioni Piemme (edizpiemme.it)

Stando tra i gggiovini, passiamo a Ho sempre amato troppo di Sara Fregosi (Sperlink&Kupfer 2022, 272 pagine).

Ragazz*. Anche questo romanzo è uscito negli ultimi mesi. La mia puntualità mi sta facendo quasi paura.

Qui vado piano con i commenti perchè non ho ben chiara la linea di demarcazione tra fiction e autobiografia: perchè la protagonista del romanzo si chiama Sara Fregosi. Come l’autrice. Quindi non so quanto di autobiografico ci sia qui dentro. O se sia una versione romanzata della vita dell’autrice. Autrice che, essendo influencer ed essendo giovane, io non conoscevo (d’altronde i miei riferimenti culturali sono fermi agli anni ’90).

[La confusione scaturisce anche dalla CE, che in mezzo alla copertina scrive “romanzo”, ma nel sito lo inserisce nella saggistica. Deciditi, editore].

La struttura narrativa non funziona (le parti del diario, per esempio, a cosa servono? Autrice, la tua protagonista sta già raccontando in prima persona tutto quello che accade!!!).

Sulla storia in sè…boh, va bene, nel dubbio che sia ripresa da fatti veri non commenterò più di tanto. La prima cosa che mi fa senso è che nella compagnia di amiche gaye della protagonista, ci sono 4 o 5 ragazze, e tutte si sono limonate tutte. Boh. Essendo damina riottosa e bigotta, ‘sta roba mi ha sconquassato.

E poi vi invito a levare a Giove una preghiera per l’amica di Sara, tale Alessia, friendzonata MALE e la cui utilità nella storia mi è sconosciuta. Poveretta.

Un aspetto importante che invece mi preme sottolineare è un trigger warning, perchè nel romanzo si parla di depressione, suicidio e autolesionismo. Il tutto in maniera molto superficiale (la parte sull’autolesionismo è stata assolutamente inaspettata e mi è sembrata davvero fuori luogo. Se ne parla UNA SINGOLA VOLTA in tutto il romanzo e poi basta).

Ad un certo punto di accenna alla dipendenza da alcool, così come a pensieri suicidi e alla depressione, che sembrano suggeriti, ma poi splendidamente dimenticati nel momento in cui incontra LA BELLA di turno, tale Virginia. Questo incontro, che ci viene anticipato dalla quarta di copertina, in realtà succede a FINE LIBRO. Cioè, siamo a 3/4 del romanzo, più o meno.

Altro elemento non proprio leggerrissimo: si accenna ad una molestia subita dalla protagonista durante una gita. Un compagno si struscia contro di lei, premendole il pene contro la pancia. Lei scappa, e diventa vittima del victim shaming, perchè il ragazzo va in giro a dire che c’è stato qualcosa tra i due.

Questo episodio è gettato lì. Senza un minimo di analisi, di riflessione, di comprensione. No, un raccontino che però mette i brividi e che secondo me può essere una fonte di disagio per qualche lettrice che si è trovata a subire molestie. Quindi un avvertimento secondo me ci vorrebbe.


Sono contenta che una ragazza con un certo successo sui social possa esprimere la sua omosessualità. È cosa buona e giusta. Però diciamo che il romanzo è dimenticabile, con frasi che risultano involontariamente comiche:

La mia passione per la psicologia mi ha permesso di capire che tutti gli esseri umani valutano gli altri in base a come appaiono, in particolare riferendosi all’aspetto fisico e a ciò che li colpisce per primi. Tutti.

Ora, io parlo da non appassionata di psicologia. Ma questa roba la sanno pure le monere della Fossa delle Marianne. Ma dai, gli umani si giudicano in base all’aspetto fisico? Ma noooooooo. Rivelazione scioccante.

E poi c’è il solito astio contro le insegnanti. Che vita infame quella dei prof.

Essendo acida di natura, e avendo lavorato nelle scuole, mi schiero ovviamente con i prof.

No, a parte scherzi. La protagonista si arrabbia perchè la professoressa vede il suo salva-schermo, cioè lei che bacia una ragazza. La prof, tale sventurata Cervi, dice robe omofobe al massimo (tipo “Qui lo sanno tutti della tua anormalità”) al che la nostra eroina riflette:

Ma la mia unica colpa è quella di amare.

TEEN. DRAMA. ON. LIVELLO: 100% ATTIVATO.

Giusto l’altro giorno stavo riflettendo con un ex compagna di classe su quanto fossimo stronze con alcune prof ai tempi. Mi sarei tirata da sola una secchiata di acqua per farmi passare la simpatia che avevo addosso. Ma a 17 anni è ovvio che un’insegnante ch ha più di 30 anni ti sembra una mummia del Paleolitico.

[Non sto giustificando la derisione e l’atteggiamento apertamente omofobo della prof, sto solo dicendo che spesso nell’adolescenza si tende ad ingigantire i fatti].

Ultimo punto. Sapete che io leggo sempre i ringraziamenti: sono la mia personalissima versione di Novella 2000, tramite cui mi faccio i fatti degli autori.

Da questi ringraziamenti, per esempio, capisco che quando dicono che gli italiani sono il popolo di Dante, non si riferiscono all’uso della lingua, ma alla capacità di serbare rancore, abilità che il Sommo ha perseguito con costanza per tutta la Divina Commedia.

Ecco, nei ringraziamenti l’autrice scrive:

“Quanto scrivi male, non si capisce niente”, mi disse la professoressa di italiano del liceo” […]

Sapete perchè vi dico questo?

Perchè oggi eccomi qui, a pubblicare il mio primo romanzo con un’importante casa editrice.

E chi non ha creduto in me, chissà dov’è.

Tiè. Io mi sono immaginata anche la vignetta con il gesto dell’ombrello e la pernacchia, per completare il tutto.

Ma daiiiiiiii!

Autrice, sei giovane, hai talento (perchè se sei diventata un’influencer sicuramente hai del talento nella comunicazione), davvero hai bisogno di questi colpi bassi? Susususususu.

[Nota a margine: ho appena partecipato ad un concerto di un famoso cantante che, uscito sul palco, ha fatto un discorso del tipo “Tutti mi snobbavano 20 anni fa, ma quei tutti adesso sono spariti e non se li incula nessuno, mentre io ho vinto il disco di platino”, davanti ad uno stadio osannante. Amico, dai, anche meno. Siamo qui per vederti, non lanciare ‘ste frecciatine, che ti fanno apparire rosicone.

Ribadisco, italiani popolo di Dante = rancorosi fino alla morte.

Che poi lo capisco, perchè io sto ancora meditando vendetta per uno sgarbo subito alle medie, quindi sto pure io nel pantano dei rosiconi, sia chiaro].

Cibo supersonico. La nostra storia, le nostre ricette di Francesca Fariello e Chiara Ratti (Rizzoli 2022, 256 pagine)

Ok. È un libro di cucina, materia nella quale io non brillo: a parte strafognarmi di roba, in cucina faccio ben poco, se posso evitarlo (stavo ricordando giusto l’altra sera una delle mie ricette di punta delle superiori: si prendono i wusterl grandi, si tagliano per il lato lungo lasciando però le due metà attaccate, si inserisce una fetta di formaggio, si avvolge il tutto nella pancetta e si fa friggere la mummia.

Com’è che sono ancora viva? Non so, sappiate che questa ricetta leggera e salutare me la auto-preparavo a cadenza bisettimanale).

Comunque, siccome le due autrici sono sposate, mi piaceva l’idea di ampliare lo spettro dei libri di cui parlo, introducendo anche un saggio culinario. Così, a caso.

Il manuale di cucina è intervallato dalla storia delle due cuoche (una sola è la cuoca, l’altra forse aiuta, boh, non ho ben capito).

Questo è uno di quei casi in cui l’editore ha fatto il suo lavoro mentre era in spiaggia a contare le biglie. Altrimenti non si spiega. Non c’è un focus, non c’è un obiettivo preciso, l’impostazione del libro è fatta a casacchio.

Le due autrici parlano sia della loro storia che della loro idea commerciale. I capitoli seguono un ordine alfabetico, partendo dalla A di Amazzonia (disclaimer: l’Amazzonia non c’entra nulla) e finendo con la Z di zucchero: una trafila di robe senza un senso logico o cronologico.

Riassuntone: le due si mettono insieme, una delle due scopre di avere un cancro, fortunatamente la chemio funziona e si rimette. Le due iniziano un’attività commerciale.

MMMMMMMH. Qui l’editore è andato a farsi un giro, poi è tornato e, a scatola chiusa, ha detto: “Va tutto benissimo, non ci sono modifiche da fare!”.

Partiamo malissimo dall’introduzione, dove le due autrici esordiscono con:

Volevamo un libro pop.

E già io piegata dal ridere.

Cosa vorrà mai dire pop, riferito ad un libro? Boh. Ma andiamo oltre (sempre restando nella mezza pagina di introduzione, sia chiaro). Più sotto, dal nulla, ecco che le due proseguono con:

Per noi è importante l’Amazzonia, che sta per morire a causa dei disboscamenti e degli incenti continui. È importante che il corpo femminile non sia più tabù, che la malattia non sia più tabù, che la sessualità e il genere non siano più tabù.

A questo punto ero molto confusa. Come si è passati dall’Amazzonia al corpo femminile? Quale complesso triplo salto carpiato mentale ha portato a questo accostamento? Non si sa. Ma la conclusione è il meglio:

Volevamo un libr pop, e alla fine è uscito un libro rock.

Io morta dal ridere.

Dunque le premesse sono queste. Amazzonia, corpo femminile, malattia, libro pop, anzi no, rock. Tutto chiaro?

No? E vabbè, tanto non serve capire.

Ora, come anticipato, i capitoli seguono un ordine (?) alfabetico. Si inizia con Amazzonia, che però non è esattamente il punto focale del testo: comprare solo alla fine, in un breve virgolettato di un “poeta”:

“Dai periodi di merda nascono i fiori, io e te Amazzonia”.

Poeta è parola grossa, considerando che non vengono rispettate le basilari norme della poetica, ma adesso fa figo dire così. Così come la sintassi un po’ alternativa, che non vuol dire una cispola. Ma sono andata a controllare innazitutto chi sia il famos* poeta e poi se ci fosse il testo completo su internet.

Gio Evan.

Il poeta è Gio Evan.

Siccome sono buona, vi risparmio il testo integrale perchè è una roba capace di perseguitare i vostri sonni per moooolto tempo. Per dire, io sono rimasta così segnata solo dopo aver guardato il secondo Saw, quando una delle tizie rinchiuse viene gettata in un pozzo pieno di aghi.

Gio viene citato in un altro punto del testo, ma vi risparmio la poesia.

Ma il libro continua: in Amazzonia le due si sono conosciute, ma è nel capitolo Banana Pancake che…

Quella notte nacque il NOI.

NOI è scritto in stampato maiuscolo pure nel libro.

Volo.

Salto un po’ di pagine e riassumo la storia: lei e lei si incontrano, si mettono insieme e poi Francesca scopre di avere un tumore al seno. Guarita dalla malattia, le due decidono di fondare il Suppeclub – Cibo supersonico (donde il titolo, finora misterioso, del saggio), che consiste in Chef a domicilio ed Eventi: ho provato a dare un’occhiata e il prossimo evento sarà il 23 luglio “in una location segreta immersa nel verde delle colline senesi”, come riferisce il sito.

Sbirciando anche altrove, il sito è curato e molto elegante, ma poi mi cadono sulla lettera maiuscola scritta con l’apostrofo anzichè l’accento (À si fa premendo alt+192, insomma, non proprio roba per cui serve resuscitare Steve Jobs). Però, ribadisco, il sito è molto carino e l’idea di proporre dei corsi e delle serate in cui ci si ritrova e si cucina cibi vegani e plant-based è di moda ed è una bella idea, quindi vi lascio il sito, se qualcun* fosse interessat* a scoprire di più:

https://www.cibosupersonico.com/

Tornando al libro, stiamo seguendo la loro storia che, essendo loro, salto a piè pari nella recensione perchè non si può recensire la vita delle persone, ma riporto alcune perle, frasi che fanno effettivamente a gara con Gio Evan, come:

Il mio cuore aveva battuto contro così tanti spigoli da essere diventato esso stesso un comodino.

Mmmmmh. Logica inecceppible. Dopo il cuore-comodino (il mio collegamento mentale è stato con la McGranitt che si trasforma in gatto o Lumacorno in poltrona), ecco un’altra perla, che ho particolarmente amato:

L’ultima infusione fu per me come un enjambement, un rito di passaggio…”

Un ejambement? Adoro.


Ogni capitolo si chiude con una ricetta vegana, ma io aborro cucinare, quindi non posso dare giudizi in merito.

Riassumendo: il libro, proprio come prodotto editoriale, non funziona. Peccato.

Però, come dico spesso, secondo me è importante non solo mostrare persone e coppie che fino a qualche anno fa non avrebbero mai avuto questo spazio e questa vetrina, ma anche donne imprenditrici, giovani, che hanno un’idea e provano a realizzarla. Persone che possono essere una fonte di ispirazione; quindi, se il libro ha aiutato il loro progetto, sono contenta per le autrici.


Ho già un po’ di titoli per il proseguio di questa rubrica, che sto leggendo/recensendo. I tempi, come sempre, sono dilatati all’infinito. Ecco, diciamo che dal mio blog non dovrete aspettarvi predivibilità e uscite regolari: a giugno e luglio ho pubblicato una spatanfiata di cose, ma dai mesi prossimi, già ve lo anticipo, si torna ad un numero normale di articoli (“normale”, per me, vuol dire tutto e vuol dire niente: magari un mese mi prendo bene e ne pubblico una marea e il mese dopo tre di numero), perchè inizio un new job. Perchè quello vecchio mi piaceva e così, siccome sono scema, ne ho accettato un altro. Mi trovavo troppo bene, e noi persone autolesioniste non possiamo vivere nella serenità. Il new job è un mistero su tutti i fronti: vado, ma non bene a fare cosa. Quello che è certo è che il magico lavoro da bibliotecaria in un piccolo paesino in kulandia già mi manca e, nel nuovo lavoro, non potrò più fare cartelloni sulla Giornata Mondiale delle Api, o cuori di origami per la Giornata del Bacio.

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