Nella camera oscura di Susan Faludi

Editore: La nave di Teseo

Anno di pubblicazione: 2019

Pagine: 348

Sono indietro. Con le recensioni (ma pure in generale, sto indietro, come canta Tiziano Ferro).

Però, ho ancora dei titoli di cui parlare sulla comunità transgender, quindi farò qualche recensione breve ed indolore, giusto qualche riga perchè alcuni libri sono davvero validi.

Come questo, pubblicato da una giornalista vincitrice del Premio Pulitzer, un’autobiografia e insieme una biografia che racconta il rapporto complesso tra la scrittrice e il padre. Un padre per lo più assente e lontano, che nel tempo si è allontanano sempre di più dalla famiglia e che, ormai 76enne, si è sottoposto all’operazione per il cambio di sesso, diventando Stéfanie.

L’aspetto più interessante del saggio è l’analisi approfondita dell’autrice sul concetto di identità, in tutte le sue sfumature.

Susan Faludi infatti non analizza esclusivamente l’identità di genere, e i motivi che hanno spinto il padre, ormai anziano, a voler sottoporsi a questo cambio, ma anche le sue origini e la sua identità culturale di ebreo ungherese, espatriato e rifiutato durante gli anni del nazismo. E poi, ancora, il nuovo inizio in America, la nuova identità come marito e padre.

La scrittrice analizza la storia del padre insieme a quella dell’Ungheria, fornendo parallelilsmi tra il passato connivente del partito ungherese antiebraico e il presente, dove alcune tracce dei partiti nazionalisti continuano a serpeggiare tra la società.

Susan Faludi si interroga anche sul cambio di sesso: com’è possibile che quell’uomo iper-mascolinizzato che ricorda, violento e possessivo, capace di picchiare moglie e figli, sia poi diventato una signora iperfemminilizzata, con tacchi a spillo e vestiti eleganti? Quanto la mancanza di un punto di appiglio, quanto la volontà di poter scegliere e plasmare una nuova identità hanno influito?

Il padre di Susan cambia sesso ma lo fa, sembra , come tutte le volte che, nel passato, si è reinventato: come quando, da giovane, si spaccia per nazista per salvare i genitori; o ancora, quando arriva in America, e si finge fotografo, e poi marito e padre, e poi ancora una volta quando abbandona tutto per tornare in Ungheria, sperando di trovare delle radici, dei punti fermi della sua esistenza.

La sua stessa transizione è un qualcosa che la stessa Stéfanie non riesce a spiegare, anzi, si complimenta con se stessa per essere riuscita a “gabbare” le procedure previste per il cambio di sesso: di norma serve il permesso di un psicologo e poi quello del chirurgo. Ebbene, Stéfanie ha forgiato il documento della psicologa, falsificando i risultati.

Ecco, questa continua ricerca, quasi estenuante, delle proprie radici, del proprio posto nel mondo, incastrati tra le proprie origini e ciò che si è divenuti, è quello che anima il saggio.

Un saggio bellissimo, forse il migliore letto in questo periodo. Però, lo capisco, non vuole offrire una visione chiara della transessualità, considerando che Stéfanie è sicuramente spinta e motivata non da un mero bisogno personale, cioè il sentirsi appartenere ad un altro sesso, quanto piuttosto al reinventarsi, al ricrearsi una nuova personalità dal nulla.

Ritornano temi ricorrenti, oltre a quello dell’identità: per esempio, la passione quasi ossessiva per la fotografia, lavoro trasformatasi in morbosa ossessione: Stéfanie ha moltissime foto di se stessa in abiti sempre diversi, quasi a replicare quegli scatti alle modelle mentre era ancora negli USA. O il concetto di femminilità e mascolinità proclamato in più punti da Stéfanie, in cui i ruoli di genere sembrano così radicati, ma non lo sono nella testa di Susan, convinta femminista.

O, ancora, Budapest, terza protagonista della storia, dove si svolgono gli incontri tra Susan e il padre, dove il passato non proprio nobile viene cancellato o oscurato, dove sembra non riuscire ad esserci un modo per liberarsi dalle ingombranti radici che soffocono qualsiasi futuro.

Bello, bello, bello.

Nota di merito: l’autrice rispetta sempre i pronomi corretti. Stéfanie viene sempre descritta con pronomi femminili, a meno che non ci si riferisca a lei come a “padre”.

In Italia questo libro non se l’è letto nessuno. Nessuno. E anche io l’ho scoperto assolutamente per caso. Ma è un gioiello, anche perchè l’autrice mischia sapientemente (omiodddio, ora la smetto di tirarmela. Sapientemente, sul serio?) alcuni elementi storici (e io amo la storia, quindi mi intrippo a mille), ad un’analisi approfondita della ricerca di un rapporto, della costruzione di un rapporto con una persona che sembra sempre sfuggirle: il padre.

Lo ripeto, tanto non saprei che altro dire: una perla inaspettata (che poi è il motivo per cui mi fiondo in queste biografie semi eterne: tra tanta robbba, si scoprono anche piccoli gioielli).

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