The shame list part 2

Eccomi ancora con i libri del 2021. La prima parte è qui. Giusto per capirci, ho iniziato l’articolo a gennaio. Siamo a settembre. Per di più, non sono neanche tutti i titoli del 2021. Ne mancano ancora un botto. Così imparo ad avere la vita sociale di uno stilita, che mi lascia una marea di tempo per leggere.

[Per i più fortunati che non si sono sorbiti filosofia antica o teologia, gli stiliti erano monaci che decidevano di trascorrere lunghi periodi di tempo in cima ad una colonna. Costruivano una piattaforma – a me viene in mente una casetta sull’albero – e bon, da lì non si schiodavano. A dar l’avvio a questa peculiarissima forma di vita, San Simeone il Vecchio che, così, de botto senza senso, un bel dì decide di fare ‘sta cosa.

Forse aveva litigato, forse s’era rotto le balle delle attese ai wc, forse era rimasto chiuso in alto e gli altri monaci, bulli, non lo volevano far scendere.

Chi lo sa. Fatto sta che un giorno il buon Sim sale su ‘sta benedetta colonna e non riescono più a tirarlo giù. Visto che definirlo pazzo avrebbe potuto ledere la dignità del monastero, si apre una grande operazione pubblicitaria: un PR suggerisce Sim come attrazione per i pellegrini, e l’idea funziona!

I suoi confratelli, forse per paura che un giorno scendesse e ricominciasse a tampinarli, si premuravano di passargli cibo e acqua. Non è dato sapere invece dove espellesse i suoi bisogni fisiologici che sì, sei tanto bello e caro Sim, ma alla base della colonna qualcuno ci sarà pure passato (e magari ha raccolto e confezionato gli escrementi, vendendoli poi a peso d’oro, come la merda d’artista di Manzoni).

Sim e gli altri pochi come lui passavano la vita così, in cima ad una colonna. Non so come fosse la sitazione nel Vicino Oriente del tempo (dove vivevano i principali stiliti), ma se c’erano temperature simili a quelle di quest’estate, tanta stima.]

Come vedete, il buon Simeone mica scemo, si fa la tintarella mentre si fa passare i viveri dagli inquilini del piano di sotto.

Visto che ho un bel po’ di titoli, vado velocina.

La torcia di Marion Zimmer Bradley

Io ho letto un’edizione vecchia con una copertina orribile.

Tutte le edizioni sono un po’ datate e con copertine trash alla massima potenza. Nel 2021 la Harper Collins ha pubblicato un’edizione nuova, estesa, del romanzo (a quanto pare era stato parzialmente censurato).

Ho tentato e ritentato di leggerlo, ma arrivata a metà ho gettato la spugna. La storia segue Cassandra, figlia di Priamo re di Troia, nota ai più per essere la sacerdotessa sfigata e inascoltata. Per dire, lei ha predetto la caduta di Troia, ma nessuno se l’è filata di striscio.

Sì, Cassandra è una donna, sì, il romanzo per molti versi è più femminista di molte altre porcate contemporanee, ma…no. C’è un richiamo costante alla Dea che mi ha sciacquato le ovaie.  

[Ci sarebbe anche tutto il lato etico sull’autrice, accusata di aver aiutato o protetto il marito pedofilo, quindi ahi ahi ahi].

Se qualcuno è giunto fino alla fine, mi faccia sapere se dopo la metà migliora.

La più grande di Davide Morosinotto (Rizzoli 2020, 528 pagine)

Cina, 1770: Shi Yu è un’orfana che lavora, fin da bambina, in un’osteria. Quando viene rapida dai pirati, la sua abilità nel combattimento non solo le salva la vita, ma le consente anche di unirsi a loro. Fino a diventare comandante di una ciurma.

Liberamente ispirata alla vera storia di Ching Shih, indomabile piratessa cinese di fine XVIII secolo (qui un estratto della sua vita: Ching Shih, la regina pirata dei mari della Cina (storicang.it)).

Mi ha dato gioia. Finalmente, bello, bello, bello. È così che vorrei vedere i personaggi femminili. Forti, indipendenti, coraggiosi. Indipendenti l’ho già scritto? Ok, lo riscrivo: indipendenti. E gli uomini in questa storia, specie il primo interesse amoroso, sono una piaga nel deretano, delle zecche che ti si attaccano nella piega del ginocchio e poi devi tirare giù tutti gli dei dell’Olimpo per svitarle (non sono esperta di zecche, sono queste le bestioline che vanno tipo tirate leeeeentamente fuori oppure rimane la testolina dentro la pelle e fa le uova? Bleah, solo a scriverlo mi sono fatta schifo).

[Nota del 30/08/2022: Poi sono diventata esperta di zecche, vedi che mi ero portata sfiga da sola?]

Fa troppo freddo per morire. La prima indagine di Contrera di Christian Frascella (Einaudi 2018, 336 pagine)

NO. Sessismo a pacchi – purtroppo involontario – e un protagonista che dovrebbe starci simpa, ma è maschilista nell’anima. Un tizio che non paga gli alimenti alla ex moglie, che snobba la figlia, che addirittura minaccia il fidanzatino della figlia adolescente (ma che, davvero? È così che un padre dimostra affetto e preoccupazione per la figlia? Minacciando il suo fidanzatino perchè la tratti bene? Dai, su).

E per di più questo romanzo si basa sulla logica del white savior: Contrera, il “detective privato” protagonista, ad un certo punto si erge a salvatore della comunità araba del posto.

E pure il finale, in cui i colpevoli vengono giudicati senza pietà e senza un minimo di empatia – e qui di empatia ce ne vorrebbe a palate.

No.

Avrei voluto parlarne nel dettaglio, perché mi ricordo che il libro m’aveva fatto alterare parecchio, ma poi ho rimandato e ora ho ricordi non proprio limpidissimi.

Il fatto che Contrera sia uno stronzo non è un problema di per sé: il fatto che però noi dovremmo parteggiare per lui, come l’autore ci invita a fare, lo è.

[Non so se ricordo bene, ad un certo punto questo Contrera si porta una donna a casa della ex moglie per scoparla nel letto della ex. Che eroe].

La casa di un altro mondo di Malgorzata Strekowska-Zaremba (Mondadori 2020, 272 pagine)

Uno dei romanzi più belli letti l’anno scorso, e uno dei pochissimi libri che ho trovato capace di affrontare il tema delle violenze domestiche con un linguaggio e un tono adeguati al target di riferimento.

Il bambino protagonista, Daniel, incontra una ragazzina un po’ strana, Marysia.

È lei che gli parla della “casa piena di magia malvagia”, una casa di un altro mondo. Mentre i due giovani e improvvisati detective cercano di svelare il mistero, la casa farà di tutto per ostacolarli.

Ecco, scritta così, la trama fa pensare ad una storia di fantasmi. Invece il racconto e la casa sono delle metafore delicate per parlare di violenza domestica: qui spoilero il finale, ma credo sia necessario se si vuol proporre questo testo ai bambini. Si scopre che la “magia cattiva” che Marysia attribuisce alla casa, non è altro che la violenza del padre, che scoppia improvvisa e si abbatte soprattutto sulla moglie, ma anche sui figli.

È difficilissimo parlare di violenza. In generale si finge che non esista.

Ma questi romanzi servono. E l’autrice riesce a presentare il tema in maniera adeguata all’età di riferimento (a partire dai 10-11 anni).

Segnalo qui un altro testo che parla di violenza domestica, raccontata per bambini da un punto di vista insolito: Woody, di Federico Baccomo. Il protagonista, Woody, è un cagnolino che vive con la sua padrona; lei si innamora di Filippo. Ma iniziano a succedere cose strane e la padrona sembra sempre più infelice e Filippo sempre più arrabbiato…

Ho cercato un po’ in giro, per vedere se trovavo altri titoli che affrontassero il tema per i più piccoli, ma non ho trovato nulla, neanche bibliografie dedicate online. Peccato.

La città dei vivi di Nicola Lagioia (Einaudi 2019, 472 pagine)

Grandissimo Sìììììììììì! Inizio spettacolare, cinematografico; da quando l’ho letto continuo ad immaginarmi una serie tv che cominci come il romanzo: una bella mattinata di sole, nella biglietteria del Colosseo, una goccia di sangue cade su una delle impiegate. Si scopre che è di…un ratto morto. Ok, non ci sono umani morti – fino ad ora – ma questa scena, peraltro vera, viene descritta talmente bene che possiamo vederla, quasi come se una telecamera l’avesse ripresa, fotogramma per fotogramma.

Il saggio racconta i fatti dell’omicidio Varani, di cui io sapevo poco e niente: nel 2016 Luca Varani viene ucciso da due ragazzi della Roma bene, Marco Prato e Manuel Foffo. Non entrerò nei dettagli, perché fu un caso che fece scalpore e, se non vivete come eremiti asociali come la sottoscritta, probabilmente qualcosa avete sentito o letto.

L’autore è molto bravo.

Sul caso in sé, mi permetto solo di fare una riflessione generale: il caso fece scalpore anche perché uno dei due ragazzi era omosessuale. O forse, qui non è del tutto chiaro, soffriva di disforia di genere e voleva cambiare sesso (non è chiaro nel senso che io dal libro e dal podcast non sono riuscita a capirlo).

E, nel corso dell’indagine, TUTTE le persone coinvolte che avevano avuto relazioni o anche solo sesso occasionale con quel ragazzo, negarono decisamente di essere gay, anzi arrivarono a dire che loro quel pompino manco lo volevano e certamente non avevano avuto un orgasmo! Ossignore.

Ne parlo perché la cosa che sembra far più paura a tutti i coinvolti non è tanto il giro di droga o l’omicidio, ma l’omosessualità.

Manuel Foffo, uno degli assassini, in un audio dal carcere dice al fratello: “Tutta l’Italia mi crede frocio!”.

Tesoro di mamma, sei in carcere con l’accusa – e la confessione – di aver preso a martellate e coltellate un ragazzo di vent’anni fino ad ucciderlo mentre eri strafatto di cocaina: l’essere frocio dovrebbe essere l’ultima delle tue preoccupazioni.

[Breve commento personalissimo: già dal libro questo Manuel mi stava sulle balle. Ascoltando il podcast e alcuni dei commenti che fa, il sentimento si è acuito.

Per esempio, accusa il padre di avergli comprato un’automobile troppo bella quando aveva 18 anni: e le ragazze, si sa, a quell’età non vogliono i ragazzi con l’auto bella. O ancora che lui, povero stello, non voleva fare Giurisprudenza, è stato il papà a costringerlo. Ed è per questo che a 29 anni è fuori corso, lavora nei ristoranti del padre e vive a sbafo nell’appartamento comprato dal padre, ed è infelice].

L’analisi di Lagioia si spinge a riflessioni più ampie, quelle che Montale avrebbe definito il “male di vivere”, che ogni generazione ritiene proprio ed esclusivo: ma ogni generazione l’ha incontrato e vissuto, tutte in maniera assai similare.

Consiglio il podcast omonimo: La città dei vivi – il Podcast di Nicola Lagioia (choramedia.com)

L’imperatrice Cixi di Jung Chang (Longanesi 2015, 576 pagine)

Più che una biografia, un’agiografia. Cixi è presentata come una santa, un Messia della Cina.

È un saggio corposo e scorrevole in cui si raccontano i prodigi miracolosi dell’imperatrice; l’autrice dimostra una palese faziosità, ma c’è da dire che è la prima volta in tutta la mia vita che sento parlare di un’imperatrice cinese. Una donna. Di solito sono sempre uomini che seguono ad altri uomini che seguono altri uomini.

Cixi entra a palazzo come concubina dell’imperatore, procreando il solo erede dell’imperatore.

Alla morte del consorte, mantiene la reggenza fino alla maggiore età del figlio e, dopo la morte del figlio, continua a mantenere la reggenza fino alla morte (1908).

Considerata dalla storiografia come una despota e una tiranna, solo ultimamente alcuni storici stanno rivalutando il suo operato, mettendo in luce gli aspetti positivi del suo lungo regno (è con lei che la Cina, per la prima volta, si apre a piccoli passi verso l’Occidente e viene fondata sotto la sua autorità l’università di Pechino).

Detto questo, la Storia è fatta di esagerazioni e semplificazioni, soprattutto se coinvolge delle donne: al potere ci si limita a dire “brave e obbedienti” o “streghe e malvage”. Esempio: Maria Antonietta, a cui per lunghissimo tempo è stata attribuita ogni forma di perversità.

Quindi, ben venga un saggio che vuole riabilitare una figura femminile; con questo libro però l’autrice finisce per osannare Cixi, limando tutte le controversie e innalzandola a santa.

Una lettura che consiglio, comunque, agli amanti di storia – io l’ho letto per quello, dopotutto.

[Questo saggio avrebbe dovuto essere il primo titolo per una nuova rubrica: Biografia di donne (non) famose. Rubrica che è naufragata sul nascere (almeno per il momento). Mi sarebbe piaciuto proporla per marzo, ma ho già in mente di completare la bibliografia sul Dantedì e non riesco a fare entrambe, mannaggia

P. s. Alla fine non non ho fatto neanche la bibliografia su Dante, sono pessima].

Lockwood & Co. di Jonathan Stroud (Salani)

Jonathan Stroud per me è una garanzia. In questo fantasy siamo in un’ucronia: Londra è afflitta dal Problema, cioè un’infestazione di fanstami. Fantasmi che uccidono i viventi, in maniera anche creativa. Il problema è che solo pochi riescono a percepire questi fantasmi, e quindi a combatterli: di solito i bambini e ragazzini molto giovani, che infatti vengono reclutati per tenere al sicuro la città. Anthony Lockwood è il proprietario dell’omonima agenzia di caccia ai fantasmi, e ha una nuova recruta, Lucy Carlyle, ad aiutarlo nelle indagini.

Adorato autore de La trilogia di Bartimeus, ho aspettato a lungo prima di leggere questo titolo perché, erroneamente, credevo si trattasse di un romanzo per ragazzini delle medie. In effetti i protagonisti sono giovincelli – mi pare abbiano tra i 14 e i 15 anni – ma va bene per tutti.

Quale problema è emerso? Che in Italia sono stati pubblicati solo due dei cinque romanzi che compongono la serie. Forse non hanno riscosso il successo commerciale sperato (certo che, editore, con una copertina così, chi te li si fila questi romanzi?), fatto sta che io mi sono fermata qui. Perché sono pigra, e non ho voglia di andare a recuperare gli altri volumi della saga in inglese. Ma, lo ammetto, sto ancora qui a scervellarmi sul mistero della sorella di Anthony.

E vorrei tanto che le CE non ci abbandonassero così, nel mezzo di una serie (ricordo che la PIEMME aveva pubblicato il primo volume del Grishaverse e poi aveva gettato la spugna in tempi non sospetti – nel 2011. Poi i diritti se li è accaparrati la Mondadori, guadagnando una marea di soldini).

[Ad onor di cronoca, le copertine inglesi della saga di Lockwood sono ancora più brutte di quelle italiane].

L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Carminati (Bompiani 2021, 304 pagine)

Raga’ non vogliatemene, il romanzo è carino, anzi bello, ma la storia è la classica rivalsa del poveraccio che si legge i dizionari per raggiungere la propria indipendenza. Io non so quanto ci sia di vero, ma ho sgranato gli occhi mentre leggevo questa scena. Mi ha ricordato un po’ troppo i film sull’american dream: ragazzə poverə si riabilita grazie all’istruzione e all’impegno.

Però l’autrice ha pochissimi anni più di me e scrive romanzi di un certo spessore, io leggo i fumetti di Dante della Disney, quindi ora taccio e mi vado a tumulare da qualche parte.

Pelle di foca di Su Bristow (Edizioni e/o 2019, 272 pagine)

Romanzo carino e scorrevole, ambientato in Scozia, in un tempo indefinito. Donald è un disadattato e al villaggio tutti lo schifano; una sera, mentre è da solo, si imbatte nelle selkie: creature marine dall’aspetto di foca che, una volta all’anno, possono abbandonare la loro pelle e trasformarsi in donne umane.

Donald, simpatico come una cacca sul marciapiede, decide di rubare una di queste pelli, mentre la sua proprietaria è in acqua con le sue amiche. Quindi, quando tutte le selkie ritornano a riva per riprendere la loro pelle e tornare foche, la poveretta rimane lì. A disperarsi. Ma, oh fortunata lei, c’è Donald in giro. Che non si limita ad averle rubato e nascosto la pelle, no-no-no. Donald, da vero signore, la stupra anche.

Inspiegabilmente la storia non segue quanto Donald sia stato merda, ma piuttosto la riabilitazione sociale e personale del protagonista: la selkie rimane incinta e Donald la sposa, arrivando ad amarla (bontà sua). E, grazie a lei, riesce finalmente a farsi accettare e rispettare al suo villaggio, dove era sempre stato isolato e bullizzato.

Ora.

Non so perchè, ma mi sarei aspettata una svolta femminista; o, molto banalmente, il punto di vista della povera selkie che, tutto d’un botto, viene privata della sua natura fochesca, stuprata, costretta a far nascere un bambino e a vivere con l’uomo che le ha fatto tutto questo.

Invece lei sembra anche feliciona.

La donna – o la selkie in questo caso – non è un personaggio in sé, quanto una presenza che serve al protagonista maschile per riscattarsi. La selkie non ha una parabola di vita in questo romanzo; è Donald l’unico a compiere dei progressi, grazie alla selkie. In altre parole, la selkie serve per far migliorare Donald.

Con un soggetto così, sarebbe stato semplice parlare di femminismo e mostrare, per una volta, il punto di vista della selkie. Invece no.

[La chiamo selkie perché, di fatto, non ha un nome; ed è Donald ad attribuirgliene uno nel romanzo, come si fa con gli animaletti da compagnia].

Detto questo, siccome sono inconsistente, mi è pure piaciuto.

Harrow la nona di Tamsyn Muir (Mondadori 2021, 540 pagine)

Boh. Non ci ho capito granché, attendo i sequel per dare un giudizio sensato. Mentre nel primo romanzo a metà avevo iniziato a vedere la luce, qui è stato un susseguirsi di “CHE?” “CHI?” “COSA?” senza risposta.

Fiabe d’altro genere di Karrie Fransman e Jonathan Plackett (Rizzoli 2021, 204 pagine)

Mega hype per questa raccolta di storie che…non ha soddisfatto le mie aspettative. Ma qui ero io ad avere aspettative sbagliate: cioè io credevo che si trattasse di storie nuove, originali, con un ribaltamento dei ruoli di genere. Invece la raccolta è una riproposizione di fiabe classiche in cui tutti i personaggi presenti hanno cambiato genere: per esempio, Cenerentola è Cenerentolo, la matrigna cattiva è il patrigno cattivo, le sorellastre sono i fratellastri. Ok, è un’ottica inusuale, non dico di no. Ma è un po’ pochino (e pensare che ero intenzionata a comprarlo a scatola chiusa per Soggettinus).

La figlia degli abissi di Rick Riordan (Mondadori 2021, 320 pagine)

Io amo Rick Riordan, mi dispiace solo averlo scoperto quando ormai ero grande: la serie di Percy Jackson l’ho letta quando ero già all’università.

Però mi rendo conto che i suoi romanzi hanno un target di lettura ben specifico e io, oramai, non posso entrarci neanche dalla porta sul retro. Già Le sfide di Apollo non mi aveva conquistata; anche questo romanzo, pur carino, non mi ha convinto del tutto.

Ma, e qui sta il grande pregio di Rick, mi ha messo voglia di leggere Ventimila leghe sotto i mari di Verne! E, direi, è un gran bel risultato.

[Non l’ho ancora letto].

Mi piace anche come l’autore abbia saputo incorporare l’originale senza snaturarlo e, anzi, arricchendolo.

I discendenti di Nemo hanno costruito un’Accademia per portare avanti le mega tecnologie scoperte e tenute segretissime.

Ana Dakkar, al primo anno di Accademia, è appena partita per un’esercitazione con i compagni quando, da lontano, vede l’Accademia sgretolarsi in un’istante: un terremoto? Un maremoto? Qualcosa ha distrutto la scuola e ucciso tutti i compagni rimasti. Adesso Ana e i suoi amici sopravvissuti dovranno intraprendere una corsa contro il tempo per salvarsi; e, per farlo, avranno bisogno di un’arma speciale: il Nautilus.

C’è una parte un po’ troppo buttata lì, con Ana che ha le mestruazioni e sta male mentre deve salvare baracca e burattini, che ho trovato un po’ esagerata (poi mi viene in mente come sono IO quando ho il ciclo e devo uscire invece di stare beatamente spiaggiata sul divano con la borsa dell’acqua calda e maledico tutti. E poi penso che in Giappone c’è addirittura una legge che consente alle donne mestruate di chiedere la malattia durante il ciclo e mi mangio le mani (questa info l’ho presa da questo testo, se qualcuno ne sapesse qualcosa di più, per favore lo scriva nei commenti!)

Copertina per me orribile.

Però, se fossi alle medie, consiglierei alla grande tutti i romanzi del buon Rick (in questo poi, per la prima volta, è protagonista una ragazza!).

Cose che voi umani di Enrico Deaglio (Marsilio 2021, 192 pagine)

Un grosso MAH.

Lo so, questa sì che è una recensione.

Dovrebbe essere una semi-ucronia, che si sviluppa dopo l’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021 in USA, ma non saprei cosa altro dire.

Colgo l’occasione per consigliare spassionatamente altri due saggi dell’autore, Storia vera e terribile tra Sicilia e America e La bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana, un gioiello.

Ogni prima volta di J. A. Reynolds (Piemme 2019, 352 pagine)

Lui incontra lei. Lei è malata. Lui scopre di poter tornare indietro nel tempo. Alla fine la salva (spoiler?).

Carlo è uscito da solo di Enzo Gianmaria Napolillo (Feltrinelli 2020, 256 pagine)

NO. NO. NO. NO. NO. NO.

In questo romanzo Carlo è un ragazzo (no, anzi un adulto: ha 33 anni) che, a causa di un episodio di bullismo, soffre di ansia sociale. La caratterizzazione è tremenda e il messaggio finale è: se incontri la ragazza giusta, tutto si sistema.

Carlo soffre di OCD (ossessive-compulsive disorder), ha delle abitudini a cui è fortemente legato e non esce mai di casa da solo.

Ma un giorno al solito bar arriva una nuova cameriera e lì scatta la rivalsa di Carlo.

Il romanzo termina con Carlo che si trasferisce in Liguria, compra una casa e la trasforma in un B&B con l’aiuto della cameriera che, convenientemente, non ha sogni propri da realizzare e può seguire quelli di un altro.

Mi ha dato fastidio tutto, ma soprattutto la rappresentazione falsata di Carlo. Anche perché, amicə, Carlo ad inizio romanzo non ha manco un conto autonomo in banca e non ha mai vissuto da solo: è plausibile che nel giro di pochi mesi riesca a trasferirsi, aprire un’attività commerciale (un’attività in cui è previsto un contatto stretto col pubblico, mica un lavoro da minatore solitario) e gestire tutta l’ansia che ne deriva?

No.

E lo dico perchè la prima volta che sono andata a a vivere da sola durante l’università, e ai tempi ero meno ansiosa, entravo in crisi per ogni cazzata: ricordo ancora quando piansi per un’ora perchè non capivo come si aprisse un conto in banca (una roba a prova di pippe pazzesche, c’erano gli sportelli per aiutare gli studenti Erasmus).

Tornando al romanzo: male, questi stereotipi non aiutano a raccontare né il bullismo né le sue varie ramificazioni; la semplificazione “basta trovare la persona giusta” danneggia tutte le persone coinvolte, trasmettendo un messaggio seplicista e sbagliato.
Però, su goodreads è piaciuto a tuttə, quindi chiaramente sono io che non ho colto la magia.

Fleishman a pezzi di Taffy Brodesser-Akner (Einaudi 2021, 488 pagine)

Qui sono indecisa: non so se l’autrice sia un genio oppure un’idiota. Il romanzo segue Fleishman, un neo-divorziato, che ci racconta la sua vita per qualche mese: la separazione dalla moglie Rachel e i rapporti con i figli e le altre donne. Dove sta il dubbio? Non capisco se l’autrice abbia scritto un romanzo volutamente sessista, per mettere in luce il problema, oppure se il romanzo è involontariamente sessista.

Fleishmann ci ammorba per pagine e pagine e pagine sulla ex moglie: era fredda, era calcolatrice, era troppo interessata ai soldi, lo spingeva a inseguire carriere lucrose ma poco appaganti…insomma un mostro. Ma, leggendo neanche troppo tra le righe, il vero problema è Fleishman stesso. Esemplerare il momento in cui la moglie scompare senza lasciar traccia per un paio di settimane. A questo punto il protagonista si adira tantissimo, anche se fino al minuto prima ammorbava il lettore chiedendo di passare più tempo coi figli. E cosa fa? Li molla alla baby sitter per andare a farsi una scopata. Baby sitter che, ci tengo a specificare, aveva preso la settimana di permesso per vedere suo figlio, evento che capitava una volta all’anno. La baby sitter, dopo esser stata ammorbata pesantemente, accetta. Ma non finisce qui: Fleishman scopre che, mentre la baby sitter era in casa, il figlio più piccolo ha guardato un sito porno. E allora giù ad insultare e licenziare la baby sitter, presenza fissa nella vita dei bambini fin da piccolissimi.

Ora. Ora.

Amico Fleishman. Tu hai anteposto il lavoro e le scopate ai tuoi figli. E poi te la vai a prendere con la baby sitter che, ribadisco, ti sta facendo un favorone durante quello che dovrebbe essere un giorno libero.

Non dico che non avrebbe dovuto controllare, ma certamente tu sei l’ultimo a poter rompere le balle.

E poi, dopo aver lagnato per mesi che lui non voleva mandare i bambini al campo estivo, che avrebbe preferito averli con sé, quando se li ritrova per più di due giorni li forza ad andare al campus (anche se il figlio piccolo non vuole assolutamente).

L’ultimo capitolo è dedicato a Rachel, al suo punto di vista, ma il lettore sa già che Fleishmann ha alterato la sua realtà – o meglio, la racconta dal suo punto di vista, quindi a che serve il punto di vista di Rachel?

Se l’obbiettivo era mostrare una posizione sessista del protagonista, un sessismo involontario, allora l’autrice è un genio. Voglio crederci.


Mi fermo, perchè sono esausta. Non voglio immaginare quanti altri titoli attendano di essere recensiti, sennò mi sento male.

Vi auguro una buonissima giornata e, come sempre, alla prossima lettura!

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