La trilogia dell’Età della follia di Joe Abercrombie

Lo sapevo che mi avrebbe fatto male, cazzo, lo sapevo. E comunque ho perseverato. Avrei potuto fermarmi prima, chessò, dopo il primo romanzo. Perchè sapevo che ci sarei rimasta di merda.

Perchè Joe Abercrombie quando scrive ti fa male. Non fa crepare tutt* così, ad cazzum. Prima ti fa affezionare, ai personaggi e ai loro difetti, anzi, ti affezioni proprio per i loro difetti. E poi li accoppa. O, PEGGIO ANCORA, li trasforma in gigamerde, ma sotto sotto tu ricordi ancora com’era carino e coccoloso quell’infame a inizio romanzo e continui a sperare – contro ogni logica – che torni ad essere carino e coccoloso. Cosa che, ovviamente, non accade. E così vuoi flagellarti due volte: la prima perchè hai creduto, e la seconda perchè hai sperato in una qualche forma di redenzione, una parvenza di felicità, almeno per uno di loro.

Così non è, sia chiaro.

Tutti fanno una fine di merda: state pur sicuri che se un* è un personaggio decente, con un minimo di valori, che si è distinto per la sua moralità, ecco quello crepa di sicuro. Perché nel mondo di Abercrombie non vince nessuno. Anche giungere al massimo del potere, raggiungere e superare ogni ambizione, non porta alcuna gioia, ma solo altre restrizioni, altre condanne, altre sciagure.

Una ricerca infinita di un barlume di qualcosa, che tutti i personaggi cercano ma che nessuno riesce a trovare.

E tradimenti. Joe ci va giù pesante e nessuno rimane fedele a nessuno, se non a se stesso. La fedeltà è una scelta che viene punita, non premiata, e spesso l’attaccamento ad una persona è una condanna piuttosto che un sollievo.

Sto piangendo lacrime di rabbia, per tutte le volte in cui i personaggi avrebbero potuto compiere la scelta ‘giusta’, ma non l’hanno fatto. Anzi, nella logica del romanzo è palese che cercare di perseguire una giustizia, una forma di pace superiore, non porta ad altro che alla morte, alla sconfitta.

D’altronde è così che deve essere. Non c’è vittoria, non c’è gloria, non c’è pace per nessuno.

Ecco, leggendo il romanzo mi sono tornate in mente queste parole di Rosa Calzecchi Onesti,che, riferendosi all’Eneide, lo definiva così:

“…il poema dove non ci sono vincitori, solo uomini vinti dalla incomprensibile forza del Fato che li annulla proprio nel loro tentativo di vivere e di essere uomini…”

Ecco, io mi ritrovo in questa citazione, anche se qui non è il Fato a decidere del destino degli uomini, quanto loro stessi, in balìa delle proprie pulsioni, dei propri desideri, delle proprie paure.

L’unica cosa certa è che se un personaggio è non dico buono, ma decente, che fa progressi, che sembra una persona migliore, ecco, state tranquilli che creperà.

Lasciando un vuoto, perchè porco mondo, sarebbe stato una persona eccezionale, e anche nel cuore del lettore che vorrebbe strapparsi gli occhi e tornare indietro nel tempo per non leggere.

Ho provato a controllare da dove venissero i titoli dei romanzi (nella trilogia inziale ogni titolo era una citazione) ma non sono riuscita a scoprirlo. Sicuramente sono titoli “parlanti”: in Un piccolo odio in realtà si dipanano asprezze e rancori che porteranno tutti i protagonisti a combattere e tradirsi per i successivi due anni; ne Il problema della pace invece, quasi ironicamente, si trova una delle scene di battaglia più lunghe e cruente di questa nuova trilogia, che occupa almeno un terzo dell’intero romanzo (ironicamente perché, nel titolo, c’è la parola pace) ed infine ne La saggezza delle folle scoppiano disordini e rivolte popolari che, però, non portano da nessuna parte e sconfinano in carneficine gratuite.

Soprattutto l’ultimo romanzo sembra ispirato liberamente alla Rivoluzione francese (sogni di ugualitarismo, abbattimento dei titoli nobiliari, il ricorrere al termine “cittadino” quando si parla con altre persone, ma anche le figure controverse, quelle spinte da nobili ideali e quelle invece che ricalcano da vicino Robespierre e la sua parabola), con ideali anche nobili che sfociano in sangue, litri e litri di sangue. Per finire con la Restaurazione, più o meno cercata.

E, infine, una mano che opera dietro le quinte, lasciando i personaggi a muoversi come pedine, allo sbaraglio su una scacchiera di cui non conoscono tutti i pezzi.

Partiamo da Un piccolo odio, dove conosciamo i nuovi personaggi: Rikke, figlia del Mastino, nel Nord; Leo, anche lui nel Nord, detto il Giovane Leone, carismatico ed impetuoso guerriero. Ad Adua si muovono Orso, figlio del re Jurand, e Savine, figlia dell’Arcilettore Glokta.

Ovviamente ci sono subbugli, che fin dall’inizio identifichiamo con la presenza, nel regno, di alcuni gruppi di ribelli e popolani che chiedono più giustizia e lottano contro l’introduzione delle macchine nelle aziende. Ci sono stati, e continuano ad esserci, scontri, incendi, insurrezioni di operai. Lo stesso regno non è ovviamente in pace, sia mai avere gioie: il Nord è attraversato da correnti indipendentiste guidate da Possente, figlio di Calder il Nero, un omone kattivo kattivo e particolarmente sadico.

Non vorrei spoilerare troppo, ma è chiaro che questi personaggi entreranno in contatto.

Ne Il problema della pace invece si sono forgiate alleanze improbabili, sia a livello umano che a livello militare, e si giunge ad uno scontro ferocissimo.

Ne La saggezza delle folle si torna a parlare di rivolte, che stavolta sfociano in tutto il regno, costituendo una seria minaccia, anzi LA minaccia. Il rovesciamento dei poteri costituiti altera ancora una volta le fragili alleanze e tutt* cercano di uscire indenni – ma anche più potenti – dalla carneficina. In questi due anni nessuno è rimasto uguale e tutti hanno fatto scelte, sono cambiati e sono diventati solo l’ombra di ciò che erano.


Ribadisco che tutti i migliori muoiono. No, non sono una vecchiarella che ripete “Sono sempre i migliori ad andarsene”, semplicemente è una regola interna del romanzo. Tutte le persone che dimostrano qualità adatte al comando, o sono persone che compiono un’evoluzione che fa pensare “To’, quest* sarebbe un grande personaggio”, saranno morte entro la fine della trilogia; preparatevi, che fa male.

Mentre invece viene premiata, ancora e ancora, la slealtà. Slealtà e tradimento messi in atto solo per ottenere guadagni personali, solo per ottenere un premio ambito, una posizione privilegiata. Posizione che, come sempre, non porta alcuna gioia, ma solo più rabbia, più solitudine, più dolore, più insoddisfazione.

I personaggi che vincono, che risultano davvero vincenti in questo gioco del potere, sono quelli che non hanno alcuna lealtà che si muovono da un partito all’altro come banderuole al vento, che anzi diventano forti e ottengono riconoscimenti proprio grazie al loro essere traditori.

Ho un personaggio in particolare in mente che rispecchia benissimo questa parabola, ma di cui non farò il nome perchè voglio lasciare la sorpresa a chi ancora non ha letto la trilogia (MA COSA ASPETTATEEEEEE).

Tant’è che questi personaggi mi hanno ricordato Gomorra: dove tutt* tradiscono tutt*, e lo fanno per puro interesse personale. Dove non c’è lealtà, non c’è rispetto, non ci sono vere alleanze.

Nella prima trilogia mi ero lamentata dell’assenza – o della poca presenza – dei personaggi femminili, cosa a cui il buon Joe rimedia in questa nuova trilogia. Non sono convintissima su alcune rappresentazioni, che mi sanno di un po’ cliché, ma sorvolo. Savine e Rikke in particolare, che sono due donne forti, talentuose, preparate, migliori – in molti casi – dei coprotagonisti; ma anche le madri che aiutano a forgiare il carattere della progenie.

Alcuni passaggi, soprattutto verso la fine del terzo romanzo, mi sembrano un po’ telefonanti (oh, comunque funzionano, ci rimani di merda lo stesso leggendo), ma sono un tantinello più prevedibili (o forse la mia mente complottara vede tradimenti ovunque, quindi sono preparata?).


E niente. Ora sono qui. A guardare fuori dal finestrino del treno sperando di dimenticare e, nello stesso tempo, continuando a ripensare alla trilogia e ai suoi personaggi, così difettosi, così umani nel loro perseverare alla ricerca di qualcosa. Tutti identificano questo qualcosa con il potere, ma nessuno si rende conto quale ne sia il prezzo, nonostante i ripetuti avvertimenti della “vecchia guardia”, che costantemente avverte e cerca di dare dei consigli alle nuove generazioni, e che rimane inascoltata.

Tutti ricadono negli errori dei propri padri, delle proprie madri, dei propri antenati, in un costante e infinito ciclo di sconfitte, sconfitte personali e di interi paesi, che non trovano pace. Appunto, il problema della pace.

Il mio di problema, invece, è che mi è venuta addosso quella tristezza/nostalgia che capita solo quando chiudi l’ultima pagina di un romanzo (in questo caso tre) che hai amato.

Ed è pure autunno. Ciaone mare e bienvenidos cimici ributtanti. Nutro ancora profonda ansia per codesti animaletti infingardi capaci di infiltrirarsi ovunque e balzar fuori mentre stai andando a letto tranquillamente. In più, un’amica mi ha detto che una volta ha visto una cimice risalire dal water dove l’aveva buttata e ora io vivo nel terrore. Cioè, avete presente a inizio anni 2000 quando era uscita la notizia di un serpente che era balzato fuori dal wc (ancora adesso non so se si trattasse di una bufala)? Ecco, io vivo con l’ansia che dal mio wc risalagano le cimici. Sia mai trovare un momento ansia-free: pure al bagno bisogna stare in tension.

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