It ends with us di Colleen Hoover

Editore: Sperling & Kupfer

Anno di pubblicazione: 2022

Pagine: Troppe

Questo romanzo è stato pubblicato in lingua originale nel 2016; dopo un periodo iniziale, in cui solo la mamma e la nonna dell’autrice lo avevano acquistato, di colpo è tornato alla carica e ha conquistato il pubblico (un po’ come Spillover, uscito nel 2014, ma diventato un boom nel 2020, con la pandemia).

Ora.

La copertina non lascia presagire il meglio: perché i fiori che si spappolano sono sinonimi di thriller patacchi. E lascio due esempi per confermare questo mio enunciato:

I fiori che esplodono sono una copertina molto gettonata (per la cronaca: La sposa silenziosa non me lo ricordo e I segreti di mio marito l’avevo letto solo perchè era l’unico romanzo disponibile, ai tempi, dell’autrice di Big little lies, e non ricordo manco questo).

Partiamo già carichi di funesti presagi, roba che a confronto l’epidemia nel campo acheo durante la guerra di Troia fu una passeggiata di salute.

Nel primissimo capitolo inizio a temere moltissimo lo stile e la narrativa dell’autrice: ci viene spiattellata la sad story della protagonista Lily subito, così, de botto, senza senso. Nelle prime due pagine veniamo edotti del fatto che la protagonista odiava il padre, appena deceduto; nella terza, incontra l’Uomo dei suoi sogni. Mentre è sul tetto di un palazzo (boh, non ricordo manco come abbia fatto a salirci), fa la conoscenza di un giovane, affascinante, neurochirurgo (ribadisco, giovane-figo-ricco-lavoro fighissimo).

Tra i due è evidente la passione, e dopo 10 pagine – no, non è un modo di dire – si sono già rivelati segreti inconfessabili e sguardi languidi. Lui è sul punto di toccarle il reggiseno quando, guarda te, gli suona il cellulare. E finisce così il primo incontro tra due estranei.

Come ogni Harmony che si rispetti, i due si conoscono nelle prime pagine, ma devono esserci ostacoli di qualche tipo che impediscano il coronamento passionale, altrimenti addio libro. In questo caso i due si ritrovano dopo sei mesi: dopo sei mesi io non ricordo manco di essere stata in un determinato posto, ma è evidente che i due hanno una memoria indelebile del loro incontro casuale della durata di 20 minuti.

Nel frattempo Lily ha aperto un negozio di fiori. Siccome, lo ribadisco, siamo in un Harmony spacciato da altro, non è un negozio di fiori classico, dalle tinte pastello, bensì un negozio di fiori a tinte gotiche. (Fatemi sapere se solo io penso sia un’enorme cazzata, data dalla mia vegliarda età).

Ecco il pensiero di Lily:

Ciascuno di noi ha una parte buona e una cattiva. Voglio che sia questo il nostro tema. Anzichè dipingere le pareti di uno schifoso color tenue, le dipingiamo di viola con accenti neri. E invece di mostrare le solite vivaci composizioni floreali dalle tinte pastello in noiosi vasi di cristallo, scegliamo qualcosa di originale. Coraggioso e audace. Esponiamo mazzi di fiori scuri, avvolti in strisce di cuoio o catenine d’argento. E anzichè sistemarli in vasi i cristallo, li infiliamo in recipienti di onice nera o…non so.. di velluto viola tempestato di borche d’argento. Le idee sono inesauaribili.

Demetra e Flora, dee della primavera, dei fiori, della rinascita: pensateci voi a punire codesto abominio.

Okay la creatività, ma a velluto viola con borchie d’argento mi sono seduta per riprendermi.

Il piano geniale di Lily per distinguersi è: invece di creare un negozio di fiori tradizionale e rilassante, facciamo qualcosa di dark, con fiori scuri e borchie, cuoio e catenine d’argento.

Mi sfugge quali potrebbero essere i potenziali clienti di suddetto negozio, ma è evidentemente un mio limite.

La parte che mi ha inquietato moltissimo però, è quel finale: Le idee sono inesauribili.

Perché è vero, Lily: le idee di merda sono inesauribili.

Comunque, Lily acquista uno stabile per il suo negozio e, mentre sta ristrutturando, entra una ragazza che si auto-assume come commessa (???). Tale ragazza, che immediatamente diventa la BFF di Lily, Allysa, è milionaria e non ha bisogno di lavorare, quindi lo fa aggggratis per una non ben precisata ragione.

Mentre sono lì a sistemare il negozio, Lilly cade e si fa male alla caviglia. Alyssa chiama in soccorso marito e fratello…e non indovinerete mai chi è il fratello.

O forse sì, perchè l’autrice non ci va giù leggera con la sottigliezza, e perchè siamo in un Harmony. Ovviamente è l’Uomo del Tetto, dal classico nome Harmony: Ryle.

Appena i loro occhi si incontrano, i due si riconoscono immediatamente e le scintille che scoppiano sarebbero capaci di dar fuoco all’intero quartiere.

Siccome Ryle è un signore, la primissima volta che si erano visti, sul tetto, le aveva annunciato che voleva scoparla (sì, il fine e perfetto neurochirurgo usa il termine scopare, esattamente con Grey in Cinquanta sfumature; anzi, l’aveva supplicata di scoparla. Una desolazione infinita che però dovrebbe risultare tenera).

Ora, nel mezzo del negozio, reitera il suo elaborato pensiero:

Ho ancora una voglia matta di scoparti.

Lily, invece di mandare a stendere uno che ha visto due volte e ci ha provato con la rozzezza di un alpino al quindicesimo bicchiere di grappa, si intrippa.

Da quel momento è tutto un sospirare e lanciarsi sguardi bollenti, con l’aggiunta di frasi che forse dovrebbero essere erotiche, ma che declassano Ryle a un mezzo zotico.

Ovviamente c’è una festa, in cui Lily si trasforma in una gnoccherimma assoluta; per non so quale ragione, Lily chiede al suo amico gay Devin di accompagnarla alla festa e fingere di essere il suo ragazzo. Devin, invece di mandarla a quel paese, accetta.

[Giusto per capire la sottigliezza dell’autrice: la seconda frase in assoluto pronunciata da Devin contiene le parole “sono gay”. Mamma mia].

Alla festa Ryle è geloso e si comporta da cane da guardia, cercando di pisciare in tutti gli angolini per far capire al povero Devin che Lily è sua.

Mentre Devin e Lily stanno andando via, arriva Ryle che prende Lily in braccio e la porta in camera da letto. Prima chiede, come un gentleman:

“La tengo in prestito per una notte”, dice a Devin. “È un problema?”

E siccome per Devin non è un problema, e Lily non ha voce in capitolo, la carica come un sacco di patate e la porta in camera, dove limonano.

A quel punto i due sono arrapatissimi, ma continuano a rimandare il momento del sesso, per una ragione che non capisco e non mi interessa; ma il tutto viene condito da frasi zuccherose e insensate come “Mi piaci troppo per limonare con te”. Scusate, ma normalmente si limona con gente che non piace? Boh, non indaghiamo troppo.

Finalmente verso pagina 100 i due fanno fiki-fiki e lui, che ve lo dico a fare, è perfetto: un amante così potrebbe dar lezioni a Rocco e pure al dio Eros.

Dopo poco tempo i due si sposano e, prima del grande passo, lui le rivela i suoi sentimenti più intimi:

Sono così emozionato all’idea di diventare tuo marito che potrei pisciarmi addosso, cazzo.

Essendo io persona gretta, non ho forse colto il lato romantico della dichiarazione, anzi ho sempre pensato che pisciarsi addosso non fosse proprio una cosa di cui vantarsi, ma sono anziana e borghese.

Ora, tocca fare uno spiegone perchè il romanzo è scritto coi piedi: l’intera opera è costellata dal diario della Lily sedicenne, un diario in forma epistolare (Lily immagina di scrivere a Ellen DeGeneres). Nel diario scopriamo che il padre era un uomo violento e alcolizzato che picchiava la madre. Ma scopriamo anche che il primo amore di Lily era un tale Atlas, ragazzino all’epoca fuggito di casa, che le aveva rubato il cuore.

Adesso Atlas è diventato un rinomato chef stellato, e ovviamente Lily e lui si incontrano. Per entrambi è uno shock, misto a passione.

Dopo metà romanzo scopriamo che Ryle ha dei problemi di controllo della rabbia, e colpisce Lily in diverse occasioni.

Ora. Il fulcro del romanzo, il motivo per cui è stato celebrato ed è salito alla ribalta, è che affronta il tema degli abusi domestici. In particolare, la violenza del partner.

Purtroppo, lo fa male.

Il problema, grosso, è che Ryle ci viene descritto come perfetto. Lily, d’altro canto, risulta cretina: per esempio, nascondendo che, nel ristorante in cui ha accompagnato la famiglia di suo marito, lavora l’ex. Cose che, davvero, farebbero girare le palle a tanti. Ma scusa, tu sei ad una cena e io vengo a scoprire che ti rotolavi nelle lenzuola con chi ci ha preparato il cibo? Suvvia, un minimo.

La violenza va condannata, sempre. Il racconto che esce dalla Hoover però fa sembrare più vittima Ryle che Lily. E allora qualcosa l’hai sbagliata, autrice. Io posso subire il fascino di Ryle, certo, ma questo fascino deve essere controbilanciato.

Invece, a fine romanzo si ha la sensazione che Ryle sia quello da compatire. Sia quello da giustificare.

E allora qualcosa non l’hai saputa raccontare.

Non credo di essere misogina, ma ci sono frasi come questa:

Mentre seguo Ryle, mi domando come debba essere non sapere che cosa potrebbe farti esplodere o quanto sarà violenta la tua reazione, non avere il minimo controllo sulle tue emozioni.

Ma, amica Lily, controllare le emozioni è una cosa che si impara a fare fin da piccoli. Si chiama “stare in società”. Davvero credi che i poveri centralinisti sottopagati che chiamano ad orario pasti e si sentono insultare una volta sì e l’altra pure, non vogliano gridare un gigaFANCUUUUULO a tutto il Creato?

Controllare le emozioni il maritino lo sa fare bene, altrimenti non sarebbe un neurochirugo.

Ecco, queste frasi indeboliscono la situazione, rendendo Ryle una vittima più che un carnefice. Ryle viene in qualche modo giustificato, perché per lui perdere la ragione è una cosa al di fuori della sua volontà, un raptus. Ma cosa??????????? Parliamo ancora di raptus? NO. NO. NO.

La violenza viene esercitata costantemente, non è un raptus. Se tu colpisci una persona, non hai un raptus, hai un problema.

A fine romanzo si prova dispiacere per lui, non per lei: perché lui è il poverino che non riesce a controllarsi (c’è pure una sad story alle spalle che, per l’autrice, è una sorta di giustificativo dei suoi scatti di rabbia: mi pare di sentire tutti quelli che parlano di true crime quando descrivono l’infanzia dei serial killers in cerca di traumi e abusi).

O sono io – e, vi giuro, che mi sono preoccupata – oppure è il romanzo scritto a chiappe.

Voglio credere nella seconda, anche perchè il finale – lei che si ricongiunge ad Atlas, amore di gioventù che per tutti questi anni l’ha aspettata pazientemente – mi ha fatto odiare un pochetto di più l’universo intero.

Ho tralasciato la parte di Lily che scopre di essere incinta, lo tiene nascosto a Ryle, e si rifugia a casa di Atlas che, nel frattempo, è ancora pazzamente innamorato di lei (pure lui finge di avere una ragazza, per non so quale misterioso motivo).

Per concludere: la storia è molto personale per l’autrice. Nelle note finali infatti ci fa sapere che il romanzo è un riadattamento della storia della madre e del padre biologico, con alcune scene prese direttamente dalla realtà come, per esempio, la prima volta che Ryle picchia Lily (Lily ride perchè Ryle si è scottato toccando la teglia bollente del forno e Ryle la spinge violentemente a terra).

Purtroppo, non funziona; secondo me proprio per un limite letterario dell’autrice: non è mica una tragedia, ma non sa scrivere e l’editore avrebbe dovuto lavorare di più al manoscritto. Molto di più.

Il risultato è un polpettone in cui, in fondo, Ryle viene perdonato e “sarà un ottimo padre”, anche se non è dato sapere come faccia Lily a saperlo. Ryle ne esce come una persona migliore, anche se, nella realtà, non ha fatto nulla per migliorare: non ha iniziato una terapia, non ha subito conseguenze per le sue violenze, non ha alcuna restrizione nelle visite filiali (nonostante una storia di abusi domestici dovrebbe allertare qualche campanello). Va via per la sua strada allegro e felice. Che è lo stesso percorso di Joe in Tu, mapazzone sulla violenza e lo stalking che aveva il raro potere di farci empatizzare con lo stalker/assassino (se fate un giro su goodreads un sacco di lettrici dicono di adorare Joe. Uh-uh. Stalker, manipolatore, assassino…se hai portato le lettrici ad adorare questo personaggio qualcosa non va).

Insomma, non proprio il massimo se vuoi scrivere un romanzo di denuncia.

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