Macbeth: una storia, tre versioni. Shakespeare e Nesbo a confronto (più un film)

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Anni ’70, una città industriale sull’orlo del collasso fatta di fabbriche chiuse, disperazione, piazze di spaccio. Sotto l’eterna pioggia nera che la flagella, il poliziotto migliore che si muove per le sue strade è Macbeth. Un ex tossico, un uomo fragile dal passato turbolento, abbandonato da bambino, uno sbirro incline alla violenza. Ma è lui, con la sua squadra, a gestire con intelligenza una retata nell’area del porto, un’azione in grande stile che, finalmente, gli fa intravedere la possibilità di ottenere una promozione. E quindi guadagnarsi il rispetto degli altri, avere una vita migliore, e molto più potere, che è ciò che conta. Tutto questo è lì, a portata di mano: ma, pensa Macbeth, davvero mi lasceranno arrivare tanto in alto? Tormentato dalle allucinazioni, vittima di paranoie sempre più acute, Macbeth comincia, lentamente, a soccombere a se stesso e al tarlo dell’ambizione.

Nesbo, prolifico scrittore di thriller norvegese che sta scalando le classifiche con la saga di Harry Hole (leggetela se ne avete l’occasione), torna a colpire con una nuova, moderna versione della tragedia shakespeariana. Io, che non ricordavo i dettagli della trama, ho deciso di leggere prima la tragedia originale, tradotta in italiano da Vittorio Gassman (tra l’altro una bella versione), e poi l’opera di Nesbo.

La trama quindi non riserva particolari sorprese, ma certo Nesbo sa come reinventare un classico! Prendendo a piene mani dalla tragedia del Bardo, Nesbo riesce comunque a creare un thriller mozzafiato, che tiene incollati i lettori, curiosi di sapere se non le sorti dei protagonisti (che rimangono fedeli all’originale), il come ci arrivano. Banquo, Fleance, Duff, Duncan, le Streghe ed Ecate, Lady Macbeth…tutti tornano in una versione “nuova”.

E Macbeth. Il Macbeth di Shakespeare, così come quello di Nesbo, è un uomo pieno di dubbi, una moralità corrotta dalla possibilità. La possibilità di diventare grandi, la possibilità di un futuro migliore. Ma a quale prezzo? Macbeth perde ogni qualifica umana, uccide tutto ciò che ama per inseguire un sogno. Macbeth è la versione di Harry Hole che ha ceduto, che si è lasciata corrompere, che non districa più una via d’uscita morale. Anche Lady Macbeth è un personaggio che, se nella tragedia cinquecentesca è simbolo del male, la malvagità fatta donna, diventa un personaggio a tutto tondo nella versione di Nesbo. Lady, così si chiama la compagna del Macbeth di Nesbo, è una donna seducente ma soprattutto forte, intraprendente, sicura. Lady ha un passato tragico, ma anche una volontà di acciaio. È la spalla di Macbeth, l’unica che lo capisce e che lo può guidare.

Macbeth mi è sembrato il personaggio più onesto di Nesbo, perché Harry Hole, alla fin fine, è incorruttibile. Riesce a redimersi. Non importa quanto cada in basso, riesce sempre a rialzarsi, uscendone (moralmente) integro. Invece Macbeth cade, e non riesce a rialzarsi. Cade in una spirale di corruzione, spietatezza e degrado tali da non riuscire neppure a distinguere amici e nemici. Cade, tanto da condannare l’amico più fidato, Banquo, a morte certa. Da condannare innocenti a una fine straziante. Da condannare se stesso.

Un antieroe così tragico e così umano, che fa breccia nel lettore, che in fondo, nonostante tutto, non può fare a meno di stare dalla sua parte.

La versione cinematografica, con Michael Fassbender e Marion Cotillard nei ruoli di Macbeth e della moglie, ha un grande pregio, almeno secondo me: riesce a ricreare un’atmosfera, quella della Scozia medievale, con un certo realismo. Il film è fatto di atmosfere e di paesaggi mozzafiato. Fassbender è grandioso nel suo ruolo, e le scene di battaglie sono qualcosa di memorabile. Però resta una grande difficoltà, forse anche un limite per lo spettatore di oggi: il film usa il linguaggio originale dell’opera, un linguaggio desueto che, se da un lato mantiene la musicalità, dal

l’altro perde di efficacia di comunicazione immediata.

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