Lussuria. Peccati, scandali e tradimenti di una Chiesa fatta di uomini di Emiliano Fittipaldi

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Un’inchiesta che fa male. Perché è vera, perché scava nel fango, perché fa emergere il dramma degli abusi nella Chiesa Romana. Non è tanto l’abuso, anzi le decine di migliaia di abusi che si sono susseguite negli anni, quanto il tentativo di nascondere e coprire la verità da parte della Chiesa. E questa è la cosa che fa rabbia. Perché quando emergono prove che una maestra d’asilo, per esempio, picchia i bambini, nessuno si permette di difenderla, oppure prova a insabbiare l’accaduto. Non è che la maestra cambia semplicemente scuola e via, ricomincia a lavorare. Invece con i parroci questo è quello che succede più frequentemente. Cioè, la Chiesa scopre che un prete ha abusato di un bambino? Innanzitutto cerca di far tacere la famiglia con soldi (sempre pochi, sempre squallidi). E poi cosa? Poi viene semplicemente trasferito. E via, la cosa continua. Non sto neanche a dilungarmi sullo schifo della pedofilia. Parto dalla definizione dell’OMS di pedofilia come una “malattia”. E dunque l’organo Chiesa invece di curare quello che a tutti gli effetti è un malato, lo rimanda in parrocchia, spesso in mezzo ai bambini. E, considerando che la pedofilia è un reato con una fortissima ricaduta, il prete ha la possibilità di commettere ancora abusi. Abusi evitabili. E le vittime continuano, tra l’indifferenza e l’omertà. Non bastano parolone o titolo di giornali, come “Papa Francesco dà un giro di vite ai preti pedofili”, o “Papa Francesco in Irlanda. Imploro perdono per gli abusi” perché di fatto le cose nella Chiesa non sono cambiate. Non sono state prese iniziative valide concrete e immediate per fermare gli abusi e punire i colpevoli. La Chiesa ha ancora gli stessi mezzi per arginare la pedofilia, o meglio per insabbiarla, di dieci anni fa. E, tra le direttive, non esiste nulla che imponga l’obbligo di denuncia. Né per la Santa Sede, né per lo Stato italiano. Dunque poniamo caso di un vescovo che venga a conoscenza di un prete pedofilo nella sua parrocchia ma non lo denuncia, questo vescovo non è imputabile per la legge italiana. E le gerarchie ecclesiastiche non obbligano a denunciare l’accaduto in sede civile, ma preferiscono rimandare al tribunale ecclesiastico, retto dal Vaticano. Se vi interessano più informazioni, Francesco Zanardi è il portavoce di uno dei gruppi di persone abusate da preti, e gestisce un sito aggiornato, Rete L’abuso (http://retelabuso.org/ ), con notizie, informazioni e aggiornamenti quotidiani. La parte più inquietante del sito è l’elenco dei preti italiani che hanno subito una condanna penale (quindi commutata da un tribunale di Stato, non ecclesiastico). Solo tra quelli civilmente condannati si contano 140 preti. 140. Condannati. Si calcola che solo il 25% circa dei preti accusati va a processo. Se si aggiungono quelli che non sono stati condannati perché il caso è caduto in prescrizione, quelli in cui la Chiesa ha giudicato tramite il suo tribunale, pagando i familiari per far cadere le accuse, e la maggioranza, cioè quelli che non sono mai stati denunciati, il numero reale dei violentatori sale esponenzialmente. Una tragedia.

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La vedova di Fiona Barton

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Jean per anni è stata sposata con Glen. E anche adesso che è morto, Jean sembra conoscere qualcosa di lui che nessun altro sa. Glen, che è stato definito un mostro, accusato di un crimine atroce. Glen, finito sulle prime pagine dei giornali. Glen, che ha portato il suo segreto nella tomba. Ma forse Jean sa qualcosa? Forse Jean, la moglie timida che è sempre stata al fianco del marito, può raccontare la sua storia…

Jean è stata al fianco del marito per decenni. Anche quando sono emerse prove che lo collegavano ad un crimine atroce, Jean è rimasta la moglie devota e paziente, difendendo il marito a spada tratta. Glen, che lei per anni ha ritenuto l’uomo perfetto. Anche se, nel corso delle indagini, riaffiorano segreti e bugie da una vita apparentemente piatta e banale. E anche Jean, nel profondo, sembra avere qualcosa da dire. Lo spera la giornalista Kate Waters, che cerca di garantirsi l’ennesimo scoop con un’intervista esclusiva alla moglie del “mostro”. Lo pensa Bob Sparkes, che ha condotto le indagini nel passato, senza ricavarne nulla. Sembrano pensarlo anche le centinaia di persone che le scrivono lettere più o meno violente, per essere rimasta con Glen. All’inizio titubante, Jean racconta piccoli dettagli del suo passato e di Glen, tacendone molti a Kate ma nascondendoli anche a se stessa. Raccontato da tre punti di vista (la vedova, la giornalista e l’ispettore) con salti temporali che vanno dal 2006 al 2010, il mistero si dipana tra i non detti e le allusioni di Jean.

Premetto che il thriller è uno dei romanzi più complessi. Non tanto da scrivere o da leggere, no. È complesso soddisfare il lettore e le sue aspettative. Spesso quindi nei gialli italiani si ovvia al problema del mistero concentrandosi su altro: personaggi, ambientazione, stile.

La vedova della Barton non è un brutto libro. Anzi. Mi ha coinvolto, anche se non trascinato. Mancava qualcosa. L’ho percepito chiaramente, come se poche pagine finali non avessero saputo rendere giustizia alla storia. Non è stato una completa delusione, ma nemmeno un completo successo. Devo dire che il giallo sicuramente pecca. Non c’è il colpaccio di scena finale alla Agatha Christie (regina assoluta dei finali inaspettati). Però il volume mi è piaciuto. È stata una lettura rilassante, di quelle che inizi e finisci nel giro di poche ore (libere). Forse manca qualcosa, però questo non toglie che è un volume adatto all’estate. Leggero, non sensazionale forse, ma comunque piacevole.

 

A morte Garibaldi di Angela Nanetti

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Melania ha quasi 14 anni, una madre che è stata lasciata per un’altra donna e un fratello più piccolo, che riesce ad accettare molto meglio di lei la nuova situazione familiare. Quando in una settimana afosa di agosto le tocca accompagnare il padre giornalista lungo un viaggio alla ricerca di materiali per un libro sulla “Trafila garibaldina”, proprio non resiste: ogni possibile opposizione a LUI (così lo chiama) è buona….fino a che, inaspettatamente anche Melania si ritrova appassionata alla storia di Garibaldi e della moglie Anita, tra una visita ai luoghi storici e un piatto di calamari fritti al ristorante dove lavora Francesco, uno studente di 18 anni con cui Melania si ritrova a discutere appassionatamente di storia e non solo…

Romanzo per ragazzi (anzi, direi ragazze, dato il target ben preciso, sottolineato dal rosa invadente della copertina. Copertina che raggiunge livelli di kitsch assurdi, comunque). Mi ha lasciata perplessa. Nel senso che non ci ho trovato niente di particolarmente emozionante, né coinvolgente. In più devo dire che la lettura non è stata proprio così scorrevole come immaginavo per le poche pagine (circa 180) che compongono il libro.

La trama non mi ha convinto, specie il richiamo a Garibaldi, che è un pretesto un po’ troppo debole per giustificare capitoli in cui si raccontano i giorni della morte di Anita e il suo arrivo in Romagna. La relazione padre-figlia, nucleo del romanzo, mi ha lasciata fredda e con molti dubbi: mi è parsa troppo “pulita”, con una conclusione parecchio scontata e “facile”. Nel senso che di solito quando uno dei genitori abbandona il nucleo familiare per stare con un’altra persona i figli raramente dimenticano o perdonano così facilmente. Perché di fatto lo svolgimento di questo rapporto è limitato: il padre, LUI come lo chiama Melania, di fatto è un bravo genitore, e lo si nota subito. E il rancore di Melania si affievolisce troppo in fretta: nel giro di qualche giorno sembra tutto andare a posto.

Anche la relazione (?) con Francesco, il cameriere del ristorante, non mi ha convinta. Sarà perché il cameriere era descritto come una palla, puntiglioso e per di più vecchio inside, o perché con la sua storia si è voluto sfiorare un altro tema, quello della mafia: tema solo sfiorato e secondo me assolutamente fuori posto in questo contesto e in questo romanzo. La relazione Melania~Francesco non decolla: non c’è feeling, non c’è ragione della sua stessa esistenza. Non ne ho visto il senso. Sì, ok, tutte le domande su “lo amo?” e varie vanno anche bene, però mi sembra che con queste poche pagine si sia voluto strafare, mettere troppa carne al fuoco: avrei preferito concentrarmi su un tema, come quello del rapporto complicato con il padre, piuttosto che ingarbugliarmi inutilmente con altro. E sì, sicuramente la vita è ingarbugliata, non succede una cosa alla volta, però nel romanzo mi sembra che ci sia troppo, tutto accavallato insieme.

Persidivista.com di Marie-Aude Murail

Ruth si registra insieme alla sua amica Barbara al sito persidivista.com, dove vecchi compagni di classe possono ritrovarsi e riconoscersi. Nella foto che Ruth carica ci sono il padre, la madre e la zia. Quello che Ruth però non sa è che la zia è stata assassinata; la sua foto mette in moto una serie di eventi inaspettati, come la riapertura del vecchio caso mai risolto da parte della polizia, e gli agenti sembrano sospettare proprio del padre di Ruth…

Ruth scopre tra le vecchie cose di suo padre una foto di scuola in cui lui compare insieme alla mamma e alla zia di Ruth, Ève-Marie e Marie-Ève Lechemin due gemelle. Identiche o quasi, tanto che Ruth non sa distinguerle. Allora sceglie di mettere la foto sul sito persidivista.com, per sciogliere il dubbio. La foto viene vista e diverse persone ne rimangono scosse: Martin Cassel, il papà di Ruth, che rimane all’oscuro del sito; Alice Meyzieux, una zitella felice di poter contattare qualche vecchio compagno; Guy Dampierre un compagno che aveva amato una delle gemelle Lechemin, e l’ispettrice Kim Guéhenneux, convinta di avere il colpevole sotto gli occhi. Tutti questi personaggi contribuiscono a creare un romanzo corale in cui un vecchio cold case aiuta a parlare della famiglia, e di cosa significa farne parte.

Questo è il secondo romanzo della Murail che leggo. Il primo, Oh, boy! di Marie-Aude Murail, mi era piaciuto molto. Questo condivide con il precedente tanti aspetti: una trama che prevede dei ragazzi in qualche modo abbandonati che però non si lasciano mettere da parte; una trama surreale e divertente; situazioni assurde che coinvolgono persone comuni…Tutti questi elementi sono caratteristici e danno un tocco originale al libro. Però in generale l’ho trovato mancante di qualcosa. Anche se poi effettivamente il clima assurdo e surreale che avvolge la vicenda riesce ad attenuare anche le situazioni un po’ più “difficili”, come la prigione e l’assassinio, neutralizzando l’effetto più sconvolgente di particolari avvenimenti.

 

Blonde di Joyce Carol Oates

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Questo è un libro da leggere con calma. Cioè, bisogna prendersi del tempo, anche un mese se necessario, e dedicarsi esclusivamente a questo romanzo per poterlo apprezzare e gustare appieno. Io invece l’ho letto a pezzi, sbocconcellandolo nei ritagli di tempo, mentre iniziavo e finivo altri romanzi. E questo è stato un grosso errore, perché – me ne sono resa conto una volta finito – il romanzo merita di essere letto da solo. Merita del tempo, sul serio. Non tempo rubato da altri libri. Perché i personaggi ritornano con insistenza, e i primi capitoli ritornano alla memoria e nella scrittura fino alle ultime pagine. Perché lo stile è impegnativo, – sublime sia chiaro, ma impegnativo. Perché la storia se letta a pezzi rischia di sfaldarsi, essendo tenuta insieme da esili legami. Perché è un romanzo-biografia, o meglio una biografia pesantemente romanzata, e quindi la vita di Marylin va letta tutta in una volta. Marylin Monroe: icona, mito, bombshell per antonomasia. Ma la Oates reinventa ogni pregiudizio e ogni verità, creando un personaggio debole e soprattutto solo. La solitudine è il tema ricorrente nella vita fittizia che la Oates fa vivere alla sua Marylin: una solitudine che rimane e resiste a tre matrimoni, innumerevoli relazioni e una vita quasi fiabesca. I tabloids e gli studios fanno a gara per raccontare tutto di Marylin. Una vita che però è idilliaca all’esterno. Marylin resta una ragazzetta sola e in cerca di qualcuno da amare e da cui essere amata. Perché questo è il problema principale che Marylin dovrà affrontare in tutta la sua vita: trovare qualcuno che la ami per quello che è, che si dedichi a lei anima e corpo, che riesca ad amarla nonostante tutto. Lontano dagli studios, lontano dai riflettori, forse Marylin avrebbe potuto avere una vita. A teatro forse una carriera. Ma quella che descrive l’autrice è una parodia di vita, un deserto di relazioni affettive. Sul finale solo i farmaci riescono a tenere in piedi Marylin, a permetterle di presentarsi a lavoro, a farla andare avanti. E, tra illusioni d’amore e delusioni costanti, la vita di Marylin si avvicina alla sua fine, prematura e, come il resto della sua vita, solitaria.

Le ferite originali di Eleonora C. Caruso

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Dafne, Davide e Dante non lo sanno ma hanno tutti in comune una cosa: stanno con lo stesso ragazzo. Christian, ex modello, bellissimo, seduttore e manipolatore, Christian ha un disturbo bipolare che lo trascina in periodi di euforia esaltante a quelli di depressione assoluta, trascinando con sé tutti quelli che gli stanno intorno. Dafne, Davide e Dante imparano a convivere e conoscere Christian nei suoi momenti più vulnerabili ma anche in quelli più difficili, intrecciando le loro esistenze attorno ad un perno centrale che è Christian.

Ho letto questo libro sulla scia di un capriccio, un po’ per noia. La storia mi sembrava abbastanza inverosimile: 3 personaggi che, pur non conoscendosi, si ritrovano legati tra loro dalla persona con cui hanno una relazione, Christian Negri. E mi ha incuriosito un fatto stupido a dir la verità, cioè che tutti e tre i personaggi iniziano con la lettera D: Dafne, compagna di sempre di Christian; Davide, studente ventenne che conosce da poco, e Dante, un maturo dirigente con cui Christian ha una relazione sessuale. Questa cosa delle 3 D è stato il fattore che per primo ha acceso il mio interesse. La copertina non mi   piaceva neanche, anzi, pensavo (anzi penso ancora) che sia un po’ banale, mi ricorda quella di Beastly per qualche ragione (l’adattamento ai giorni nostri de La bella e la bestia). Le prime pagine sembravano confermare l’idea di un romanzo lento e non particolarmente coinvolgente. E invece ad un certo punto, non so neanche bene quanto, mi sono ritrovata immersa nella storia, come mi succede raramente ultimamente. Una cosa da non riuscire letteralmente a staccarsi dalle pagine, provare fastidio immenso all’idea di dover svolgere qualsiasi altra attività quotidiana che ti costringa ad abbandonare il libro. Avevo frenesia di leggerlo, e di finirlo.

Mi è piaciuto. La storia con Davide è tenera, e non scritta in toni pucciosi artefatti. L’autrice ha cercato, in alcuni casi con successo, di rendere i suoi personaggi onesti e credibili, anche nel linguaggio che usano. Christian è un personaggio affascinante, charmant. È impossibile resistergli, ma è anche compromesso da un disturbo bipolare che non riesce – o meglio non vuole – controllare. Le sue sedute dal terapeuta intervallano e ricostruiscono la storia di Christian e delle sue relazioni. Che hanno tutte in comune una cosa sola: la sua incapacità di ammettere il disturbo bipolare, la difficoltà nell’accettare la sua condizione. E tutti e tre i personaggi affrontano in maniera diversa la situazione: Dafne sa che Christian ha delle crisi e non è completamente affidabile, ma è l’unico con cui è stata e lo conosce fin da quando erano bambini: un legame intenso ma non certo passionale. Con Dante invece è solo passione, solo sesso: entrambi gli uomini non vogliono altro; ma Dante si dimostra un vero amico quando Christian ha uno dei suoi crolli. E poi Davide, Davide che è laureato da poco in Ingegneria e lavora in libreria, Davide che è altissimo e impacciato, Davide che è un ventenne che sgasa la birra e che arrossisce per timidezza, Davide che parla di Christian quando torna a casa dai suoi, Davide che perdona Christian dopo ogni cazzata. E, niente, alla fine mi sono commossa. Non so se è il caldo o un periodo in cui sono particolarmente sensibile (evento rarissimo), comunque ha tifato per un lieto fine, o meglio, per un finale che mi facesse stare bene. E questo lo ha fatto.

 

Una voce di piombo e oro di K. L. King

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Tia Rose è una ragazza bianca che vive insieme alla madre in un quartiere degradato di New Orleans. Canta nel coro gospel del quartiere multirazziale e ha un difficile rapporto con la madre. Il padre invece è in prigione da anni, per una rapina andata male. Ben presto scopriamo che in realtà la rapina è solo la parte minore del motivo per cui il padre di Tia è un ergastolano: la sua rapina finì con l’uccisione di una ragazzina di 12 anni. Quando lo scopre Tia ne è sconvolta; anche lei ha 12 anni, e si trova a confrontarsi con mille domande: perché la madre non le ha mai rivelato la verità? Nel quartiere lo sanno tutti? La famiglia di Danielle, la ragazza uccisa dal padre, come vive? Il padre si pente di ciò che ha fatto? Ci ha mai pensato, ha mai pensato di poter cambiare le cose? Tia si sente responsabile, e vuole in qualche modo rimediare. Eppure la scoperta la sconvolge tanto da impedirle di cantare, l’unica parte della sua vita di cui si è sempre sentita orgogliosa e fiera…

In quel momento non m’importava d’altro che della mia canzone che si levava nell’aria. Non m’importava di essere una dodicenne che non aveva né la statua né le forme di una grande cantante. Non m’importava che mio padre fosse in prigione e che io e la mamma facessimo fatica a sbarcare il lunario. Non m’importava di essere in chiesa un giovedì sera invece che a casa a guardare la tv. Non m’importava nemmeno che mia madre non fosse mai venuta a sentirmi cantare, neppure una volta.

Due cose secondo me non funzionano nell’edizione italiana: la copertina, che non mi ha convinto, e il titolo, secondo me un po’ troppo criptico (in originale è Pieces of why). Fa parte di una collana molto figa del Battello a Vapore che si chiama Vortici, pensata per i ragazzi delle medie per affrontare temi anche complessi adatti ai lettori più giovani. La storia narrata nel libro è forse troppo americana, nel senso che potrebbe risultare difficile immedesimarsi con Tia per dei ragazzi italiani, che vivono in una realtà completamente diversa. Le armi, il coro gospel (e le canzoni che in America sono famose, in Italia non tanto), il vicinato con le gang forse risultano un po’ irreali ai ragazzi che non conoscono bene gli USA.

La storia è complessa e chiama in causa alcuni dei problemi più pressanti dei quartieri poveri degli Stati Uniti: la violenza e l’uso delle armi da fuoco. L’autrice riesce a creare una storia ben calibrata adatta ai ragazzi per spiegare come solo capendo e accettando il passato sia possibile andare avanti.

Il tema fondamentale è la crescita: qui siamo davanti ad un romanzo di formazione moderno e inusuale. Tia cresce solo quando finalmente non solo conosce la verità sul passato della sua famiglia, ma accetta la situazione e convive con essa. Tia sta crescendo: le prime cotte, le litigate con la migliore amica, le domande su chi sia e cosa vorrebbe diventare. Ma, su tutto, getta un’ombra il misterioso passato del padre, di cui la madre si rifiuta di parlare.

Mio padre aveva fatto una cosa orribile, la cosa peggiore che una persona poteva fare, e io dovevo capire com’era potuto succedere. Pensai ai pezzi del puzzle che avevo messo insieme finora: quello che mio padre aveva fatto e il fatto che il suo crimine avesse distrutto due famiglie. Avevo bisogno di un ultimo pezzo da sistemare se volevo andare avanti.

Il gesto del padre ha gettato la madre di Tia nell’imbarazzo e nella vergogna: cerca di uscire il meno possibile, si nasconde nel proprio quartiere, evita ogni incontro pubblico. L’omicidio commesso dal marito la perseguita. E così si perde anche il presente, e la vita della figlia Tia: non va mai alle prove del coro né si presenta ai suoi concerti, pensando di farle un favore risparmiandole il biasimo che crede di meritare anche lei. Tia, inizialmente all’oscuro del motivo per cui la madre non va mai a vederla esibirsi, pensa sia disinteressata a lei e a quello che le piace. Quando scopre la verità sulle azioni del padre poi non riesce a perdonare la madre per averla tenuta all’oscuro; madre e figlia faticano ad aprirsi e a comunicare. Solo un riavvicinamento e un’accettazione – difficile, lunga, sofferta – permettono a entrambe di andare avanti e finalmente godersi la reciproca compagnia.

Feed di M. T. Anderson

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Nel futuro quasi tutti hanno un feed impiantato del cervello, che permette la connessione costante ad internet. Titus e i suoi amici sono dei ragazzi normali: vanno a Scuola, dove gli viene insegnato come usare al meglio il feed, si sballano, seguono le mode e pensano poco. Non serve: il feed pensa per loro. Violet invece sembra una ragazza non convenzionale, particolare. Parla con raffinatezza, conosce la politica del mondo, studia e sa leggere. I due si incontrano sulla Luna, durante una vacanza; mentre sono in una discoteca un hacker interferisce con i loro feed e quelli dei loro amici. Da questo momento qualcosa cambia, almeno in Violet, e negli eventi successivi Violet trascina Titus con sé…

Mi mancava il feed.  Non so quando hanno cominciato a esistere i feed. Tipo magari cinquanta o cent’anni fa. Prima, dovevano usare le mani e gli occhi. I computer ertano tutti fuori dal corpo. Li portavano in giro fuori, in mano, come se ti portassi i polmoni in una valigetta e la aprissi per respirare.

Questo libro di solito viene presentato come un semplice YA distopico. E sì, in effetti lo è, però siamo anni luce dai classici YA dello stesso genere per complessità di temi, elaborazione dello stile e creazione di neologismi immediati e di effetto. Anche Arancia meccanica teoricamente potrebbe essere definito uno young adult distopico, perché i protagonisti sono tutti ragazzi, però insomma, è un GRANDE young adult. Feed non è certo ai livelli dell’opera di Burgess, però si innalza decisamente dai toni semplicistici e ordinari dei suoi simili. Feed non ci presenta un futuro, bensì ci scaglia in esso, nel mezzo della vita di Titus. Titus, un ragazzo come gli altri che durante una vacanza sulla Luna incontra Violet, se ne innamora e no, non ne nasce una grande storia d’amore capace di sfidare tutto e tutti; Titus non è un cavaliere ma un ragazzetto egoista ed egocentrico; Violet non è la principessa bella e dotata, ma una ragazzetta pretenziosa e piena di idee. E sì, sono due ragazzetti, a volte insopportabili e assurdi, come tutti gli adolescenti sanno essere. Sono due ragazzetti che non vogliono cambiare il mondo, né cercano di lottare per ideali o la salvezza del mondo. Semplicemente, si ritrovano protagonisti di una storia anche banale, quasi una scusa che permetta all’autore di mostrare un futuro terrificante nella sua prossimità. Titus e Violet si incontrano sulla Luna, vanno a ballare e proprio io discoteca un hacker colpisce i loro feed, rendendoli inutilizzabili per qualche giorno. Da questo evento banale scaturisce una serie di conseguenze inaspettate per i due protagonisti. –Inaspettate ma non eroiche, né avventurose. Nella sua banalità, nella sua semplicità la storia di Violet e Titus mi ha colpito molto; mi sono sentita incredibilmente vicino a questi due ragazzi, ad entrambi in maniera diversa, immergendomi nelle loro scelte e nei loro pensieri confusi. L’autore non cerca di propinarci ragazzi ideali, non ci sono eroi, né gesti eroici. Eppure proprio l’assenza di tali gesti aiuta a sentirli più vicini, più vieri, più vivi.

Lo confesso, lo stile e il linguaggio mi hanno lasciata un po’ spaesata all’inizio, anche perché non capivo la situazione. Eppure è proprio questa la sensazione che Anderson secondo me voleva creare: catapultare il lettore in un mondo assurdo e diverso. Diverso perché la maggior parte dell’umanità, in America, ha un feed impiantato nel cervello: questo feed permette alle corporazioni e alle multinazionali di controllare i pensieri dell’individuo e di offrirgli soluzioni tempestive: come avere dei banner pubblicitari sempre in funzione. Il feed permette anche di comunicare in chat con gli altri e avere accesso a qualsiasi informazione in ogni momento (il libro è del 2002, quindi ha anticipato di parecchio i tempi).Persino la scuola è controllata dalle corporazioni; gli insegnanti sono semplici ologrammi che si concentrano sul come usare i propri feed piuttosto che sul diffondere l’educazione.

La ScuolaTM non è così male, ora, non come quando erano bambini i miei nonni, quando le scuole erano gestite dal governo; sembra una cosa tipo nazista di brutto che il governo gestisca le scuole. Allora era una gran palla, e tutti i bambini erano giga null, perché non imparavano niente di utile, era tutto un, la la la la, questo è successo nel millequattrocentonovantadue, la la la la, quando mescoli tipo il gesso e l’acqua ottieni nitroglicerina e quel genere di stronzate. E non serviva a niente. Ora che la ScuolaTM è gestita dalle multinazionali è galattica, perché ci insegna come può essere usato il mondo, cioè soprattutto come usare i nostri feed.

I pochi che non hanno il feed sono svantaggiati dalla società: l’università e le lezioni sono più difficili, per chi non ha i dati del feed sempre lì a disposizione; coloro chi ha il feed  può parlare silenziosamente tra loro usando la chat,escludendo chi non la possiede. Insomma sono pochi quelli che non hanno il feed. Molti lo hanno dalla nascita, sono cresciuti con esso e senza sono persi: è quello che accade durante i pochi giorni in cui Titus e i suoi amici rimangono privi del feed per colpa dell’attacco del hacker. Si sentono sperduti, non sanno come fare o cosa fare. La loro vita è ruotata sempre attorno al feed (un po’ come togliere un telefono ad una persona oggi).

Il linguaggio generale della popolazione ne risente, semplificandosi notevolmente. Si usano poche parole, semplici, delle frasi elementari. Le mode cambiano nel giro di ore, non decenni o anni, e – soprattutto le ragazze – si sentono obbligate a seguirle e a trasformare trucco e parrucco in base ad esse. Un mondo solo apparentemente lontano, ma che già conosciamo e vediamo. Anderson ce ne presenta una possibile deriva futura, inquietante proprio perché verisimile.

Gabbia del re di Victoria Aveyard (Regina Rossa # 3)

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Mare Borrow si ritrova prigioniera del suo peggior nemico, Maven. Mostrata come una conquista, incatenata e senza poteri, Mare affronta le sue paure e i suoi rimorsi. Mentre fuori l’esercito dei Novisangue sta reclutando senza sosta, e nel palazzo la tensione schizza alle stelle con un fallito colpo di Stato, Maven inizia a formare alleanze con regni adiacenti pur di mantenere la sua corona…

E qui rinuncio. Lo anticipo da subito. I volumi della saga sarebbero 4, ma io abbandono il campo ai coraggiosi che vogliono sorbirsi altri 700 pagine di Mare, Cal e Maven. Per me sono morti qui (e vorrei davvero che lo fossero).

Terzo capitolo delle “avventure” di Mare & Company. Sempre più complessati, sempre più assurdi, sempre più fastidiosi. In questo volume si ricomincia da Mare prigioniera di Maven. Da notare che Maven voleva farla prigioniera dall’inizio del secondo libro e lei aveva sempre rifiutato perché non le confaceva l’idea di essere prigioniera, incurante di quante persone stavano morendo per lei. Ma comunque, andiamo oltre. Mare è prigioniera. Prigioniera è una parolona, considerando che dopo un inizio spiacevole viene trattata anche bene, e continua a comportarsi da stronza snob. Perché lei è la sparafulmini e appena si libera dalle catene tutti dovranno temere e blah blah blah. A parte che sparare fulmini non è che renda immortali, né migliori a priori di altri con superpoteri, però Mare ha questo atteggiamento di “so tutto io, faccio tutto io” che sta già sulle scatole.

E veniamo a questa relazione complessa con Maven, il principe, fratellastro di Cal. Maven, a cui Mare ha ucciso la madre. Maven dovrebbe essere il cattivo della situazione. Peccato che come cattivo faccia pena. Nel senso che ispira pena, pietà. Maven, per qualche ragione assolutamente inesplicabile, ha una cotta per Mare (scommetto che c’entra il fatto che la madre da piccolo lo angustiava). E quindi invece di rinchiuderla in cantina e farla sbranare dai topi, se la tiene appresso come una sorta di trofeo (e che trofeo, aggiungerei. Avresti fatto più bella figura con una trota imbalsamata). Che a Maven piaccia Mare quindi lo sanno anche i ragni che vivono a palazzo. Quello che Mare prova per Maven è un mistero insondabile persino per lei stessa. Perché, finché è rinchiusa a palazzo continua a pensare che Maven sia un poveretto che in fondo non ha tutta la colpa; appena uscita continua a dire che la prossima volta che dovesse incontrarlo lo sgozzerebbe senza pietà. Piccolo dettaglio: a palazzo ha avuto ben più di un’occasione per farlo e non ha mai mosso un dito.

Cal, l’amato, è un personaggio talmente tenue che non merita nemmeno di essere menzionato ai fini dello scorrimento della storia. Esiste, ne prendiamo atto, ma ha la stessa funzione di un posacenere in una casa di non fumatori.

Come se non bastasse la complicatissima relazione Mare-Maven, l’autrice inserisce una marea di complotti, contro complotti e intrighi da far girare la testa (e le palle) del lettore. Ma perché mi devo leggere pagine e pagine (e pagine e pagine e pagine…) su un’alleanza con una nazione vicina? Non si può restringere la spiegazione in poche, condensate righe? Sì, si può. E allora non metterci 100 pagine per descrivere coalizioni e accordi diplomatici. Non interessano, appesantiscono il libro e rendono la storia ancora più difficile da seguire.

Come anticipato, mi rifiuto di leggere il quarto volume, anche perché dalle recensioni lette online molte persone scrivono che il quarto romanzo, rispetto ai precedenti, risulta noioso. Io l’ho pensato dal primo libro, non voglio neanche immaginare i livelli di piattume che deve raggiungere il quarto!

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