Circe di Madeline Miller

Ci sembra di sapere tutto della storia di Circe, la maga raccontata da Omero, che ama Odisseo e trasforma i suoi compagni in maiali. Eppure esistono un prima e un dopo nella vita di questa figura, che ne fanno uno dei personaggi femminili più fascinosi e complessi della tradizione classica. Circe è figlia di Elios, dio del sole, e della ninfa Perseide, ma è tanto diversa dai genitori e dai fratelli divini: ha un aspetto fosco, un carattere difficile, un temperamento indipendente; è perfino sensibile al dolore del mondo e preferisce la compagnia dei mortali a quella degli dèi. Quando, a causa di queste sue eccentricità, finisce esiliata sull’isola di Eea, non si perde d’animo, studia le virtù delle piante, impara a addomesticare le bestie selvatiche, affina le arti magiche. Ma Circe è soprattutto una donna di passioni: amore, amicizia, rivalità, paura, rabbia, nostalgia accompagnano gli incontri che le riserva il destino – con l’ingegnoso Dedalo, con il mostruoso Minotauro, con la feroce Scilla, con la tragica Medea, con l’astuto Odisseo, naturalmente, e infine con la misteriosa Penelope. Finché – non più solo maga, ma anche amante e madre – dovrà armarsi contro le ostilità dell’Olimpo e scegliere, una volta per tutte, se appartenere al mondo degli dèi, dov’è nata, o a quello dei mortali, che ha imparato ad amare.

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L’idea di raccontare la storia di Circe mi piaceva. Perché Circe la conosciamo esclusivamente come un ostacolo; è uno degli innumerevoli impedimenti che si frappongono fra Ulisse e il suo ritorno ad Itaca. È solo un tassello delle sue avventure. Nonostante Ulisse rimanga nell’isola Eea un anno, di Circe sappiamo poco. La trasformazione dell’equipaggio in maiali è l’unica caratteristica che emerge del personaggio, rendendolo un villain.

A me piace la mitologia e anche il retelling del mito (le saghe di Percy Jackson sono in cima alla lista, ma in realtà amo anche la saggistica che presenta in modo inedito i protagonisti, per esempio consiglio il breve saggio per ragazzi Ulisse era un fico di Luciano de Crescenzo).

Mi era piaciuto moltissimo La canzone di Achille  della stessa autrice, e così aspettavo con ansia di leggere l’altro romanzo ispirato ai miti greci. Complici le recensioni super mega entusiastiche scovate praticamente ovunque, avevo aspettative altine. Che sono rimaste deluse.

Parto col dire che a me Circe è stata sulle balle da pagina 1. E, se la scelta di rendere la protagonista antipatica fosse voluta dall’autrice, sarei d’accordo. Invece Circe dovrebbe starci simpatica, dovremmo empatizzare con lei. Cosa che a me è risultata impossibile. L’ho trovata saccente, priva di un’evoluzione, e, soprattutto, noiosa. E che caspita, una maga che trasforma uomini in porci me la rendi noiosa??? No, non si fa. Anche la scelta dell’arco narrativo mi ha delusa parecchio. Ora io credo che tutti conoscano Circe per un motivo soltanto, cioè l’episodio narrato nell’Odissea in cui Ulisse arriva nella sua isola. E invece nel romanzo si sceglie di dedicare a questo evento un lasso di tempo relativamente breve. La trasformazione dei compagni di Ulisse in maiali? Dura UN GIORNO. Non scherzo. Circe chiede a Ulisse di dormire con lei, e siccome lui accetta al mattino i compagni tornano umani. Ribadisco: in cambio di favori sessuali Circe ri-trasforma i maiali in uomini. Solo perché Ulisse è andato a letto con lei. Ora, questo fa parte del mito ma credo che qui una fetta di originalità sarebbe stata ben accolta.

Poi il romanzo va a ramengo con lei che rimane incinta DOPO un anno intero che sta con Ulisse proprio quando lui va via. Ma tu guarda il caso. Cresce il figlio di Ulisse, Telegono. Il bello viene però alla fine: dopo la morte di Ulisse, per una serie di eventi, sull’isola arrivano Penelope e Telemaco. Breve reminder: Penelope moglie di Ulisse, che l’ha aspettato 10 anni mentre questo trombava a destra e manca nel Mediterraneo; e Telemaco, figlio dell’eroe greco. Ecco, uno si aspetterebbe che Penelope un pochino alterata con una donna che non solo ha dormito con il marito, ma ha pure avuto un figlio con lui, non faccia salti di gioia. Invece Penny è super easy going, neanche fosse Buddha nei giorni buoni. E Telemaco. Oddio. Qui si apre un buco nero. La storia finisce con Circe e Telemaco che si mettono insieme. INSIEME.

Circe si mette con il figlio dell’uomo da cui ha avuto un figlio.

Ora, io so che l’incesto era frequente nel magico mondo degli dèi greci, ma perché non modificare questa parte del mito? E anche se tecnicamente Circe e Telemaco non sono imparentati, resta comunque il fatto che Circe ha dormito col padre di Telemaco, e Telemaco è fratellastro di Telegono, figlio di Circe. E fortunatamente la Miller ha omesso la parte del mito che voleva Telegono e Penelope sposi. Manco Beautiful. Che disagio. No-no-no-no-no-no. Io credo di essere super bigotta, perché a quanto pare il finale l’hanno amato tutti. Ma, sul serio? Una dea semi millenaria col fratellastro del figlio? Lo so, il mito racconta questo; credo comunque che si potesse cambiare, anche minimamente, essendo una rielaborazione della storia originale, ed avendo introdotto altre modifiche (come per esempio le altre storie d’amore di Circe, o ancora la trasformazione di Scilla in mostro, che viene pesantemente rimaneggiata per cercare di far apparire Glauco un uomo da poco, Scilla una ninfa stronza e Circe una maga buona, che ha agito senza capire le conseguenze delle sue azioni).

Il libro è una sequela di love affairs. Circe è giovane e si innamora di un marinaio, Glauco, trasformandolo in un dio. Poi il suddetto marinaio la schifa perché ci sono moltissime ninfe più belle di lei, e lui si sente tanto tronista di Maria de Filippi.

Circe va sull’isola di Creta per aiutare la sorella a partorire il Minotauro. E perché non piazzarci dentro una bella storia d’ammmore con Dedalo?

Ermes la va a trovare informandola sugli ultimi gossip dell’Olimpo? Perché non crearci una storiella passeggera, di qualche centinaio d’anni, giusto per non rendere Circe ‘na vecchia acida rancorosa?

Odisseo approda sull’isola? Love is in the air.

Arriva Telemaco sull’isola? E parte subito l’ormone.

Il problema è che il romanzo si concentra troppo sulle storie d’amore, e poco sull’evoluzione dei personaggi. In particolare Circe. Circe rimane uguale, non c’è crescita, non c’è evoluzione. E, soprattutto, non ha una vera e propria storia. Circe per lo più è una testimone di quello che accade intorno a lei. Soprattutto la seconda metà è incentrata su Odisseo e le ripercussioni della sua visita.

E qui apro una mega lunga parentesi sul femminismo tanto elogiato del romanzo.

Tutti i rapporti positivi di Circe sono con uomini. Le donne, le poche che incontra, sono sempre figure negative, a partire dalla madre e dalla sorella cattivissima Pasifae che la dileggiano fin da quando è in culla.

Partiamo proprio da Pasifae. Fin da piccola ci viene descritta come una bulla che sfotte Circe per la sua voce (che è umana, non divina) e per il suo aspetto. La sbeffeggia quotidianamente e la odia. Ok, un po’ abusato come topos: la sorella e la madre/matrigna cattive (Cenerentola, ci sei?). Il problema sorge più avanti. Infatti Pasifae, divenuta moglie del re di Creta, un giorno fa chiamare Circe, chiedendole aiuto per il parto. A quel punto Circe è in esilio da diversi decenni, Pasifae è regina di Creta con Minosse, e ha già una nutrita prole. Eppure, proprio per questo parto, Pasifae chiama la sorella. Come mai? Perché sta per partorire il Minotauro, mostro metà umano e metà toro, che nella leggenda verrà rinchiuso nel labirinto di Dedalo e a cui ogni anno andranno sacrificati 14 giovani. Sempre secondo la leggenda Pasifae, innamoratasi follemente di un toro sacro, chiese a Dedalo di costruire una mucca di legno cava, in cui lei si rifugiò e fece all’ammmore col toro. Insomma il cavallo di Troia in versione ante litteram con scopi libidinosi. Tralasciando l’assurdità della vicenda, che è una costante nei miti, andiamo a sviscerare meglio la versione raccontata dalla Miller. Noi sapevamo già che Pasifae era una stronza con Circe quando erano entrambe nella casa paterna. Ora sono passati diversi decenni, eppure Pasifae ci viene presentata come la stessa stronza. Nel mito non è specificato bene, quindi l’idea che una ninfa si innamori di un toro dal nulla è insensata nel contesto che la Miller crea. Perché l’autrice cerca di limitare gli aspetti più assurdi e incomprensibili, tentando di trovare spiegazioni razionali per molti fenomeni (la trasformazione di Scilla o quella dei compagni di Ulisse in maiali per esempio). Mentre qui la spiegazione fornitaci è la seguente: siccome Pasifae voleva rendere famosa la sua isola, sceglie volutamente di accoppiarsi con un toro per creare un mostro. Penso si sarebbe potuto creare una storyline un pochino più argomentata, più approfondita. Per esempio, la si poteva usare per affrontare il tema dello stupro. La mitologia pullula di violenze nei confronti delle donne (ma anche dei ragazzi giovani), tanto da essere quasi normalizzata. Spesso sono le divinità più potenti a commetterla, come Zeus (su Antiope, su Elettra e su Egina..). Lo stesso re di Creta, Minosse, nasce dalla violenza di Zeus nei confronti di Europa. Il re degli dei che, grazie alla propria autorità, può fare ciò che vuole con ninfe, dee e divinità minori? Cioè, esattamente come un capo che molesti tirocinanti o segretarie? Ricorda qualcosa?

Si sarebbe potuto creare una versione diversa del mito, in cui Pasifae, resa pazza da una divinità, venga costretta ad un rapporto col toro. Un rapporto non voluto, uno stupro. E, sempre per volere divino, debba crescere il mostro generato dall’unione, nonostante la propria volontà. E invece si decide di rendere Pasifae un personaggio monodimensionale, senza particolarità alcuna a parte quella di essere cattiva. Lei partorisce il Minotauro perché, secondo il libro, vuole che Creta sia conosciuta nel mondo e tra gli dei grazie alla creatura mostruosa. Non importa che il mostro abbia bisogno di vite umane per vivere, non importa che sarà una calamità per gli ateniesi, costretti ogni anno a mandare 14 ragazzi per placare la fame del Minotauro. Pasifae lo fa esclusivamente per la gloria sua e della sua isola.

E questo momento, che poteva essere usato per riavvicinare le due sorelle, magari con una storia di stupro che le avvicini in un mondo dominato da uomini e dei prevaricatori, diventa l’ennesima scaramuccia tra Circe e un’esponente del sesso femminile. Poteva essere descritto come un momento che unisce due donne che non hanno avuto scelta, e che devono vivere secondo dettami di altri, punite per il loro esser donne, donne indipendenti. Invece ci viene ribadito ancora una volta quanto la sorella sia cattiva, mentre Circe sia buona, “diversa”. E si decide di ripiegare l’interesse del lettore sulla storia d’amore con Dedalo.

Ma le possibilità per creare dei legami femminili erano moltissime: ad un certo punto viene detto che gli dei decidono di mandare le ninfe insolenti o che hanno disubbidito (senza mai specificare come? cosa? quando?) sull’isola Eea come punizione. Questo significa che sull’isola arrivano anche più ragazze insieme. Ma qual è esattamente la loro utilità? Nessunissima. Servono solo a giustificare la presenza di ancelle nella casa di Circe (elemento presente nell’Odissea).

Quindi a Eea ci sono sempre diverse ragazze, cacciate per motivi oscuri dalle proprie dimore, come lo era stata Circe a suo tempo.

Con queste premesse, e sapendo che Circe stessa è stata esiliata (lei per l’eternità, le ninfe solo temporaneamente), non era naturale che si creassero dei legami? Amicizie magari? Un’amicizia femminile, un forte legame con una ninfa o un gruppetto di ninfe, che insieme riescono a sdoganare il proprio esilio, trasformandolo in un momento di self-discovery e empowerment?

Invece no, le ninfe sono figure sullo sfondo, tant’è che rimangono innominate. Si crea anzi una sorta di astio tra Circe e le ninfe, che vengono descritte come caratteri bidimensionali, terrorizzate dalla padrona di casa e senza alcuna utilità ai fini dello sviluppo della trama. Anche il tema dell’esilio poteva essere sfruttato per creare dei legami: dopotutto Circe è stata esiliata non per la terribile azione commessa ai danni di Scilla (su cui mi soffermo più avanti), ma perché il suo potere, quello della magia, esula le leggi divine ed è stato considerato pericoloso. Lei viene cacciata per ciò che è, non per ciò che ha fatto. Un esilio ingiusto, in questo senso, che poteva riflettere l’esilio di altre ninfe che approdano alla sua isola, anche loro forse ingiustamente punite. Invece tutto tace su questo fronte. Le ninfe sono considerate delle stupidelle senza cervello e bon.

Anche la relazione con Penelope, moglie di Ulisse, è lasciata molto a desiderare. Si poteva creare una bella storia con le due donne che avevano amato lo stesso uomo e che avevano molto in comune (la solitudine, l’attesa, l’esilio, i FIGLI). Entrambe hanno vissuto sole per gran parte della loro vita; entrambe hanno visto i propri figli partire, senza sapere se sarebbero tornati; entrambe sono in esilio (volontario o meno); entrambe vivono un lutto. E invece niente, si tralascia tutto questo per concentrarsi sull’amore tra Telemaco e Circe.

Telemaco parla, e tanto. Intere pagine sono dedicate ai suoi monologhi. Penelope dice poche, stringate parole. Poche frasi scarne. Le due non sono nemiche, ma nemmeno amiche. Circe nutre del riserbo e mantiene le distanze dalla donna.

E che dire della relazione con Atena? Circe incontra poche divinità nella sua vita. Ermes, che è quella con cui ha più contatti, diventa una storiella di sesso. Atena è l’altra grande divinità con cui ha degli scambi. E anche qui si poteva creare un legame di solidarietà tra le due: entrambe in fondo sono donne, anzi dee, che non hanno un uomo nella loro vita, una rarità per l’olimpo greco. Invece si preferisce giocare sulla rivalità, una rivalità che non ha vero motivo d’esistere. Anche Atena di aggiunge alla lista di donne che Circe considera rivali.

Anche la breve apparizione di Medea rientra in questo quadro desolante. Medea è nipote di Circe, in quanto figlia del fratello, Eete. Medea nella leggenda è uno dei personaggi più negativi: assassina, furiosa, gelosa, maga. È una madre che, per vendetta, arriva ad uccidere i propri figli. Quindi ho immaginato che la sua introduzione, in un romanzo dichiaratamente femminista, volesse restituire dignità al personaggio. Ovviamente mi sbagliavo. Medea viene presentata come una semi pazza, che lega Giasone a sé tramite dei filtri d’amore. Lo soggioga. Chiede aiuto a Circe, che non gliene offre; l’unica cosa che fa la zia è dirle “attenzione, finirà male”. E poi, quando nel seguito del romanzo scoprirà la fine della nipote, commenterà con un laconico “lo sapevo” o qualcosa di simile. Anche qui si è persa la possibilità di creare un personaggio femminile a tutto tondo, uno col quale la protagonista abbia un qualche legame. Come mai viene inserito il personaggio di Medea, che fa una fugace apparizione? Beh, ovvio, per creare un’evidente dicotomia tra maga buona vs maga cattiva. Medea infatti ha usato i suoi poteri per legare a sé Giasone con la magia, mentre Circe, anche quando ne ha l’opportunità, non usa le sue armi magiche per trattenere Ulisse.

E infine Scilla. Dico infine, anche se nel romanzo è all’inizio. Perché di Scilla c’è tanto da dire. Scilla è una ninfa, che, come tutte le ninfe che vivono nella casa di Elios, è bella&stronzella. Sono tutte sciocchine a cui piace sparlare degli altri e deridere Circe. Tipo Mean Girls. Anche qui, grande caratterizzazione. Un passo indietro per spiegare la vicenda: Circe si prende una cotta per un marinaio umano, chiamato Glauco, e grazie ai suoi poteri lo trasforma in una divinità. A quel punto però Glauco vuole sposarsi con una ninfa bella, non con Circe. La prescelta è proprio Scilla, che, ci viene detto, lo fa quasi come un dispetto a Circe, perché a lei Glauco non piace neanche troppo, anzi lo prende in giro per le sue pinne. Ok. Quindi Scilla è una mega-stronza. Circe allora, incavolata come una biscia che il suo “bello” le preferisca un’altra, decide di usare il suo potere per trasformare Scilla, rendendola brutta. O almeno questo è il suo piano: rendere poco attraente Scilla in modo tale che Glauco sposi lei. Ok, discorso un pochetto elementare, ma Circe è giovane ed è la sua prima cotta. Però il piano va in vacca, e Scilla, invece di diventare bruttina, diventa un vero e proprio mostro dotato di sei teste e tentacoli, che si nutre di esseri umani e perde completamente il raziocinio, diventando una creatura senza alcun intelletto, senza alcuna coscienza di sé.

Un’azione orribile, disgustosa, riprovevole. Un’azione che, speravo, avrebbe cambiato per sempre il corso della vita di Circe, che le avrebbe lasciato un senso di colpa talmente forte, strisciante, da farle dubitare della sua stessa bontà, del suo potere. Un’azione che l’avrebbe condizionata, che le avrebbe dato una nuova consapevolezza di sé.

Col cavolo.

Quando confessa il fattaccio al padre, agli dei e ai titani non frega niente di Scilla e del suo destino (e ci può stare). Circe non viene punita per questo scempio, ma per essere una maga. Questa mostruosità che lei ha operato – per egoismo, per invidia, per rancore – viene liquidata in poche righe. Quando Circe si lamenta con il fratello – perché lei voleva solo imbruttire Scilla, non renderla un mostro – Eete la consola dicendo che è stato meglio così, perché una ninfa brutta sarebbe stata derisa nella casa di Elios. Ah. Quindi Circe ha quasi fatto un favore a Scilla, perché meglio essere mostri senza raziocinio che donne brutte. Perfetto.

Durante il romanzo Circe non verrà mai a patti con questa sua azione, né proverà la giusta dose di rimorso. Non arriverà mai la piena consapevolezza di ciò che ha creato, dell’orrore che ha compiuto. Non si riterrà responsabile dei morti che, ogni anno, sono causati da Scilla. Non si riterrà responsabile, anche indirettamente, delle migliaia di marinai che periscono ogni giorno mentre attraversano lo stretto (uno per testa. E questa c’ha 6 teste). Circe si autogiustifica. E la storia del mito originale è stata cambiata di parecchio: nei racconti classici infatti Glauco amava Scilla, una ninfa che lo aveva rifiutato. Siccome siamo nel mondo classico un ‘no’ non è sufficiente, quindi Glauco va da Circe per farsi dare una pozione per poter far innamorare Scilla di lui. La maga non solo non accetta, ma chiede a Glauco di stare con lei. Glauco rifiuta, Circe incavolata perché il dio preferisce una mortale a lei versa nell’angolo di mare dove la ragazza è solita nuotare la pozione che trasformerà la giovane in un mostro. Ah, che bella persona.

Questo per dire che il mito può essere piegato ai voleri della narrazione e dell’autrice. La scelta di non cambiare alcuni aspetti è voluta.

E passiamo invece all’altro sesso.

Circe risulta un personaggio che entra in relazione solo con gli uomini. Tutti i rapporti importanti – e positivi – sono con uomini. Non esistono donne di rilievo nella sua vita. Ed è triste. Circe finisce per apparire misogina. Questo pippone sul femminismo lo scrivo perché la stessa autrice in diverse interviste ha dichiarato di voler rendere i miti classici “femministi”.

Un’impresa ardua considerato il ruolo delle donne nel mondo (antico?), ma fallita.

Anche la trasformazione degli uomini in maiali viene molto molto molto banalizzata: siccome un uomo la stupra, Circe decide di trasformali TUTTI in maiali, uccidendoli. Anche qui, sarebbe stato interessante approfondire il tema di violenza in un mondo popolato da stupri, da uomini che usano ogni arma per ottenere ciò che vogliono. Da uomini (e dèi) che inseguono la preda, che usano ogni mezzo e ogni tattica per ottenere ciò che vogliono. Invece lo stupro di Circe serve solo per giustificare la trasformazione in maiali degli uomini. Ci viene detto che Circe trasforma – e uccide – gli uomini, per colpa degli uomini stessi.

Finché non arriva Ulisse. È lui a dirle per la prima volta che non tutti gli uomini sono uguali. La consapevolezza che non tutti gli uomini meritino di morire da maiali non arriva per una vera evoluzione personale del personaggio, ma solo perché qualcuno (un uomo) le dice che non è corretto. E la consapevolezza non arriva graduale, nell’arco di settimane o mesi. No, semplicemente i due dormono insieme e la mattina dopo Circe ha capito che è sbagliato trasformare tutti in maiali. E quindi, anche in questa scelta, che poteva essere ben sviluppata e poteva essere lo spunto per una riflessione sulla violenza e sul significato di indipendenza della donna, ogni scintilla di presa di coscienza viene completamente spazzata via. Peggio ancora, quando arriva Ulisse e la sua ciurma Circe praticamente diventa la governante di casa. Pulisce, cucina, li serve. Tipo Biancaneve con i sette nani.

Io ho trovato anche abbastanza pretenzioso lo stile: vuole essere aulico, e ci sta, perché deve rapportarsi al mito greco, all’epica. Ma poi mi trovo dentro una frase come: “Gli dei sono curiosi come scimmie”.

Breve nota finale: sul fondo del libro è presente anche una cartina dell’isola Eea. Io me ne sono accorta solo quando ormai avevo concluso il romanzo (d’altronde, editore, se me la piazzi alla fine quando la dovrei vedere?). Ma la parte bella è la descrizione della mappa dell’isola: sono segnati i luoghi particolari come ‘casa di Circe’ (ed essendo l’unica casa, per forza è la casa di Circe, ci abita solo lei su quell’isola), oppure ‘laghetto’ o ‘grotta’. Ho riso.

Comunque, visto che il romanzo mi ha indubbiamente incuriosita, sono andata a rileggere la parte dell’Odissea incentrata su Circe (libri decimo e dodicesimo). Nel poema omerico Ulisse arriva con i suoi uomini all’isola; tirano i dadi lui ed Euriloco per chi debba andare in “avanscoperta”, e, estratto Euriloco, questi parte insieme a venti compagni. Sentendo Circe cantare dalla casa, la dea li invita a banchettare. Euriloco, che teme un inganno, rimane fuori. I compagni di Ulisse prima bevono una pozione che fa loro dimenticare la terra patria, poi sono trasformati in maiali. Euriloco scappa. Intanto il dio Ermes avverte Ulisse sul come affrontare Circe: dovrà prendere un farmaco per annullare l’effetto della magia di Circe, poi giacere con lei quando glielo chiederà, ma senza lasciarsi conquistare. Quindi Ulisse beve il vino offertogli da Circe, ma non fa effetto; quando la maga gli ordina di andare nelle stalle, dove sarebbe stato trasformato in suino, lui la minaccia con la spada, al che Circe gli chiede di fare all’ammmore. A quel punto quattro ancelle lavano e puliscono Ulisse (che comunque veniva da un viaggio in mare, quindi era bello zozzarello) e poi i due si coricano. Ma, l’eroe è triste per i compagni, e chiede alla dea di farli tornare uomini, cosa che lei prestamente fa. Quindi Ulisse corre a chiamare i compagni rimasti sulla nave, che già li stavano piangendo per morti, e tutti allegramente tornano alla dimora di Circe dove “Sì che, cessati i pianti, un anno intero In giocondi conviti ivi passammo”. Poi, ricordandosi che a casa ha ancora moglie e prole, Ulisse chiede a Circe di partire; lei non solo li lascia partire senza lagne, ma offre anche all’eroe indicazioni sulla rotta. E lo farà anche quando Ulisse e i suoi compagni tornano a Eea, dopo esser stati nell’Ade: sarà la maga ad istruire Ulisse su Scilla e Cariddi, sulle mucche sacre del dio Elios a Trinacria e su come evitare la punizione divina.

In tutto questo viaggiare su navi per anni ci si scorda che in fin dei conti Ulisse si fece una specie di crociera nel Mediterraneo, partendo dalle coste di quella che adesso è l’Asia minore (oggi in Turchia), passando dalle isole greche, quelle africane, Malta, le coste italiane e quelle spagnole. L’identificazione dell’isola di Eea divide gli studiosi. Tre sono le possibili coordinate geografiche: il promontorio del Circeo (un tempo un’isola staccata dalla terraferma), Ponza o Ustica.

Dato che tutte queste informazioni non le sapevo o non me le ricordavo più, devo attribuire all’autrice il merito di avermi interessato talmente tanto da aver ripreso il poema omerico. Chapeau.

Per ulteriori informazioni:

Qui un podcast in cui l’autrice parla del tema del femminismo nel suo romanzo: https://youtu.be/8UpxTOT2VRQ

Sullo stupro nella mitologia classica:

5 Comments

  1. Le sue riflessioni sono interessanti, però mi permetterei di dire che non è poi così strano che Circe rimanga incinta solo alla partenza di Odisseo: nel romanzo si giustifica questo particolare dicendo che la maga aveva usato i suoi incantesimi per diverse “lune” dimenticandosi appositamente di assumere queste pozioni poco prima della partenza dell’amato.
    Inoltre non è affatto vero che Circe non provi rimorso per i marinai uccisi da Scilla: anzi questo sentimento è ribadito più volte.
    Il fatto che solo le riflessioni di Odisseo la facciano riflettere sul fatto che gli uomini sono tutti uguali e che inique sono le sue trasformazioni indiscriminate in porci di qualunque uomo capiti sulla sua isola non mi sembra affatto banale: anzi penso che sia normale che una donna che ha subito uno stupro reagisca così. E’ ovvio che è ingiusto, ma questo serve a rendere il personaggio più credibile.
    Ancora: il mito racconta di un amore tra Circe e Telemaco. Ebbene, l’idea disturba un po’ anche me, ma l’autrice non mi sembra affatto che abbia voluto operare grosse trasformazioni nel mito, anzi, malgrado quello che lei rileva, è rimasta tutto sommato fedele: come si fa rimproverarle tale scelta come se fosse anomala e non lecita? Avrebbe potuto decidere di intervenire su questo snodo della storia, ma non l’ha fatto: va bene così.
    Per il resto sono d’accordo sul fatto che Circe sia TROPPO positiva e troppo vittima dall’inizio alla fine della storia.
    Grazie per le sue riflessioni

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    1. Ciao, innanzitutto ti voglio ringraziare per aver espresso la tua opinione. Mi fa molto piacere sentire il tuo parere. So che il romanzo è stato molto amato, e mi rendo conto che le mie opinioni sono largamente impopolari.
      La scelta di modificare il finale – per me – sarebbe stata più coerente con la riproposizione in chiave leggermente ammodernata del mito. Per esempio, sempre seguendo il mito, anche il figlio di Circe ed Ulisse – Telegono – avrebbe dovuto intrecciare una relazione con Penelope; nella Teogonia è Telegono stesso ad uccidere il padre Ulisse…insomma se ci si basa sui miti originali (e anche qui c’è una vasta scelta perchè le versioni dei miti sono tantissime), la storia di Circe non sarebbe stata raccontata così. L’autrice ha scelto e deliberatamente cambiato alcuni dettagli: una scelta legittima ovviamente. In particolare sul finale (tra Telemaco e Circe) mi è dispiaciuta la concentrazione sull’ennesima storia d’amore a discapito di un’amicizia femminile con una donna – Penelope – con cui ha tantissimo in comune. Personalmente avrei preferito un’altra direzione.
      Sulla fedeltà al mito originale invece trovo che l’autrice si sia presa ampie libertà. Tutta l’infanzia di Circe è creata ex novo, così come la rivalità con madre e sorella (non se ne fa menzione). Il mito viene rimaneggiato dalla Miller in più punti, per determinare bontà e cattiveria di un personaggio: esemplare il caso di Pasifae: non è un dio che, per punire il marito, la fa innamorare del toro. Questa decisione viene presa consapevolmente, come un gesto di superbia per innalzare il prestigio di Creta (una roba che non sta in piedi, ma va beh). La relazione con Ermes o con Dedalo sono pure invenzioni, così come la rivalità con Atena. Sono solo alcuni esempi che ci mostrano una donna che è in competizione con altre donne anziché con un sistema maschilista. Poi, ribadisco, secondo me è una lettura anche piacevole e scorrevole, ma sono in forte disaccordo sull’idea femminista che propaga e per cui viene celebrato.

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