I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead

Il romanzo segue le vicende di Elwood Curtis, un ragazzino di colore che per un disguido viene inviato ad un riformatorio, la Nickel Academy. Un posto che, all’inizio, sembra quasi una scuola normale, un istituto che si propone di recuperare i giovani “delinquenti” con un programma misto di istruzione, lavoro e rieducazione. Ben presto il lato violento e razzista dei membri dell’accademia emerge con chiarezza e tutti ne fanno le spese. Tutti, ma soprattutto i ragazzi afroamericani.

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Il romanzo l’ho scelto dopo diverse recensioni molto positive scovate in rete. La mia posizione è un po’ meno esultante: il libro è scorrevole e molto interessante, racconta una storia che – almeno fuori dagli Stati Uniti – penso fosse pressoché sconosciuta. Una storia che meritava di essere raccontata. D’altra parte però l’esecuzione della storia non mi ha convinto. Ho trovato molto poco originale sia i personaggi sia la struttura stessa della storia.

Per i personaggi c’è poco da fare: nessuno spicca. Il protagonista sembra proprio un personaggio, più che una persona. Ed è un po’ un problema perché la tragicità della sua storia mi ha lasciata abbastanza impermeabile. Non voglio dire che non sia rimasta colpita da ciò che gli accade: esser catturato, per una circostanza casuale e sfortunata, essere spedito in una sorta di prigione per minorenni, subire angherie e violenze quotidiane…però io continuavo a sentirmi abbastanza lontana, a percepirlo nient’altro che come un personaggio fittizio. Cioè nella vita vera io non me lo sono immaginato. Un ragazzino che sa sempre la differenza tra giusto e sbagliato, che sceglie sempre il bene, erudito, che ascolta e addirittura impara a memoria i discorsi di Martin Luther King. Un ragazzino che, nel clima di violenza della Nickel, non abbassa la testa, non cede di fronte alle minacce, non teme nulla. Che persegue un ideale di giustizia superiore. Tutto molto bello, ma, ai miei occhi, queste caratteristiche hanno reso il protagonista un personaggio letterario. Mai, in tutto il libro, ho pensato che questo ragazzino fosse vivo, che avrebbe potuto essere esistito. Anche la dinamica con Turner, suo amico e mentore alla Nickel, mi è parso qualcosa di già letto e già visto. Per quanto riguarda i personaggi secondari, anche lì si avverte il senso di personaggi che sono creati per la vicenda, funzionali alla storia, che spesso scompaiono senza più essere nominati (la nonna di Elwood per esempio ad un certo punto non viene più nominata. Scompare). Altri sono delle macchiette stereotipate, che, una volta esaurito il ruolo per il quale erano stati creati, spariscono nell’ombra.

La trama ha una struttura a salti temporali già stra-usata (pure abusata) che non ha una vera ragion d’essere se non per un plot-twist finale. Un plot twist che, sebbene io non avessi previsto, non mi ha effettivamente cambiato nulla: la sua esistenza o meno non avrebbe, a mio avviso, aggiunto o tolto nulla alla storia.

Però devo riconoscere che il libro è scorrevole (io l’ho letto nel giro di un paio d’ore sul treno), e tiene incollati alle pagine. Anche la storia, vera, a cui si ispira, merita molto più che un accenno (sotto ho inserito una serie di link per saperne di più): dietro la Nickel letteraria si cela la Dozier School for Boys in Florida, un istituto che per decenni ha ospitato migliaia di ragazzini, dei “delinquenti” minorenni. Diversi report parlano di abusi e violenze sistematiche delle guardie, a partire dalla sua apertura, nel 1900. Esistono ben due cimiteri nell’area della struttura: il primo, ufficiale, con una semplice croce bianca a coronare ogni sepoltura; il secondo, “segreto”, è più un campo in cui i cadaveri venivano smaltiti in maniera poco chiara: conserva solo ossa e piccoli effetti personali con cui il ragazzino veniva seppellito (le morti risalgono agli anni ’50-’60). Le cause della morte variano, ma molte sono di natura violenta: una sorta di crudele scherzo del destino per dei ragazzi che venivano mandati all’istituto proprio per correggere il loro lato violento e antisociale.

Area privilegiata per le punizioni corporali a suon di frusta era la cosiddetta Casa Bianca (nessun riferimento alla sede del Presidente statunitense), una semplice struttura dipinta appunto di bianco, dove i ragazzi ricevevano le punizioni la notte – rigorosamente segregati (la segregazione ufficialmente termina nel 1968; Elwood, nel romanzo, entra alla Nickel nel 1962). La Dozier ha chiuso solo nel 2011, dopo 111 anni di “onorato” servizio, la maggioranza dei quali segnati da continue accuse di abusi da parte dei detenuti (le ultime risalgono a poco prima della chiusura definitiva).

La storia prende avvio da un articolo del 2009 (sotto ho lasciato il link): sebbene Colson Whitehead usi questo reportage come fonte primaria per il suo romanzo, una differenza fondamentale tra i due è la questione razziale. Nell’articolo non ve ne se fa menzione alcuna, mentre nel libro il razzismo è il vero e più importante antagonista della storia. È il Nemico per eccellenza. Onnipresente ma nascosto, subdolo e viscidamente incrostato in ogni aspetto della vita, dentro e fuori la Nickel Academy. E sì, perché il mondo descritto dall’autore soffre; è costellato da rivendicazioni, dalle prime azioni a sostegno dei diritti civili sul finire degli anni ’50, e si trascina anche dentro la struttura, dove il mondo fuori viene semplicemente replicato, nei suoi aspetti più brutali. Un razzismo che condanna Elwood alla Nickel, un razzismo che lo porta a valere sempre meno dei compagni di sventura bianchi, un razzismo che perseguita lui e gli altri ragazzi afroamericani (ma anche Jamie, che ha una madre messicana, e rimbalza dal campo dei bianchi a quello degli afroamericani a seconda del controllore e dell’abbronzatura). La segregazione descritta da Whitehead è intrinseca non solo nella scuola ma nella società, una segregazione che divide nettamente in due il mondo, così come il mondo esterno è nettamente separato dalla Nickel.

Lo consiglio? Sì, la storia merita di essere letta ed è scorrevole. Ma certo non è un capolavoro letterario che brilla per originalità (e comunque devo recuperare il romanzo precedente dell’autore, La ferrovia sotterranea).

Mentre cercavo i link sulla storia della Dozier School sono andata sul sito officialwhitehouseboys.org, sito che l’autore del libro citava nei ringraziamenti. Il sito è scaduto, adesso compaiono scritte del tipo “Go Daddy!” e “Meet Asian Women”, quindi ho ripiegato su altro (nota agli editori italiani: amici, voi che traducete ed editate il romanzo, se ve ne accorgete fate una nota a piè pagina avvertendo l’incauto lettore). Ho anche cercato il Report compilato dall’università della Florida che ha condotto le indagini sui cimiteri (anche questo documentato è citato dall’autore), ma mi è parso introvabile.

Comunque, ecco un paio di articoli interessanti sulla scuola (in inglese):

  • In questo blog, chiamato “Abandoned Florida”, l’autore, oltre a raccontare in breve la lunga storia della Dozier School, inserisce anche delle fotografie, alcune d’epoca, ma soprattutto recenti della struttura, per mostrare il degrado in cui è caduta dopo la chiusura: https://www.abandonedfl.com/arthur-g-dozier-school-for-boys/ (tra l’altro vi consiglio di dare un’occhiata anche agli altri articoli del blog, tutti corredati da un repertorio fotografico di ottima qualità; l’autore si propone di scoprire – e mostrare – alcuni luoghi abbandonati della Florida, come una serra-giardino per le orchidee mai aperta; un motel costruito negli anni ’50; un sito pensato per ospitare armi nucleari che rimase sempre inutilizzato e un cimitero abbandonato, con delle tombe che ormai stanno quasi scomparendo ricoperte dalle piante. L’elenco è lungo, vi consiglio di fare un salto);
  • Il sito di un gruppo di sopravvissuti alla Dozier School: https://www.blackboysatdozierreformschool.com/;
  • Un sito abbastanza raffazzonato con una testimonianza del fondatore del Whitehouseboys, un gruppo che raccoglie circa 400 uomini che tra gli anni 50 e 60 furono confinati alla Dozier School: http://thewhitehouseboys.com/;
  • L’articolo che ha ispirato Colson Whitehead per il suo romanzo, scritto da Ben Montgomery e pubblicato sul Tampa Bay Times. Leggendolo si sente molto forte l’ispirazione di Whitehead (l’articolo si apre con un ragazzino che viene colto a rubare un’auto, proprio come Elwood, e, proprio come il protagonista, è dopo una rissa nei bagni che va per la prima volta nella Casa Bianca per essere frustato). L’articolo è del 2009, quindi si parla della Dozier School mentre è ancora aperta e funzionante (si cita l’ennesimo episodio di violenza risalente al 2007, in cui una guardia sbatte contro il pavimento la testa di un ragazzo ospite della struttura, lasciandolo poi lì da solo sanguinante): https://www.tampabay.com/investigations/2019/08/18/they-went-to-the-dozier-school-for-boys-damaged-they-came-out-destroyed/

 

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