La bambina d’argento di Ander Izagirre

Editore: Piemme

Anno di pubblicazione: 2019

Pagine: 201

Verso le sei di sera, come ogni giorno, la montagna inizia a sputare uomini azzurri. Escono a migliaia dalle miniere del Cerro Rico, la montagna che domina la città di Potosí, in Bolivia. È conosciuta per le sue miniere di argento, le più ricche del mondo, ma i minatori la chiamano «la montagna che mangia gli uomini». Alla stessa ora, come ogni sera, Alicia si prepara a scendere nelle viscere della Terra. Ha quattordici anni e lo fa da quando ne aveva dodici. È una degli oltre tredicimila minori che lavorano in miniera, e che ufficialmente non esistono. Per una notte a spingere carrelli da centinaia di chili su per binari pericolosi e respirare polveri tossiche, che hanno già ucciso suo padre, e con il rischio di essere violentata, Alicia viene pagata venti pesos, due dollari, quattro volte in meno della paga di un adulto per lo stesso lavoro. Ma per la sua famiglia fanno la differenza tra sopravvivere e morire di fame. Alicia, i suoi coetanei, e le migliaia di uomini che notte e giorno sventrano la montagna, trasformandola in un guscio sempre più vuoto e fragile, vivono in condizioni disumane: la polvere d’argento penetra nel sangue e nei polmoni, l’aspettativa di vita è brevissima. Alcolismo e violenza sulle donne, malattie dovute alla malnutrizione e alla scarsa igiene sono a livelli altissimi. Gli incidenti sul lavoro sono molto frequenti, e le morti non fanno quasi più notizia. Ad avvantaggiarsi di quella ricchezza sono le multinazionali straniere, spesso con l’appoggio dei governi, in qualche caso conniventi nel soffocare – anche nel sangue – il dissenso dei lavoratori. Sospesa tra memoir e reportage, una storia che non lascia indifferenti, perché ci invita a considerare le conseguenze e il prezzo delle nostre scelte e del nostro stile di vita.

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Questo saggio, molto veloce, l’ho letto ancora prima della quarantena e poi, tra una cosa e l’altra, ho aspettato a recensirlo per diversi mesi. E mi dispiace perché è un Signor Saggio: preciso, puntuale ma intrigante, riesce a conquistare il lettore sia per il tema trattato che per lo stile adottato. La bambina d’argento racconta il dramma dei bambini impiegati nelle miniere della Bolivia.

Nella Storia i bambini sono sempre entrati nelle miniere, soprattutto perché le dimensioni ridotte consentivano loro di scavare in cunicoli alti poco meno di un metro e altrimenti irraggiungibili. Il dramma è che tuttora esistano bambini che lavorano in questa condizione, perché la vita del minatore è breve – di solito si aggira intorno ai 40/50 anni – faticosa e, soprattutto, porta con sé moltissime patologie gravi legate ai fumi che si respirano sotto terra.

Izagirre sceglie di indagare una particolare zona mineraria della Bolivia, quella del Cerro Rico (letteralmente “montagna ricca”): è la più grande miniera d’argento del mondo. Oramai i filoni di argento sono quasi esauriti, ma si estrae ancora lo stagno.

Scoperta dai conquistadores spagnoli, per estrarre il minerale venne adoperata manodopera gratis: schiavi indigeni e africani hanno lavorato a ritmi impossibili nelle miniere (si parla di milioni di morti); ma ancora oggi ci lavorano più di diecimila minatori. La città più vicina è Potosì, uno dei luoghi più poveri al mondo: “il 94% della sua popolazione non è in grado di soddisfare i bisogni elementari”. La vita media è di 45 anni per le donne e 40 per gli uomini. Il tasso di analfabetismo tra i più alti del mondo e lo sfruttamento dei filoni da parti di aziende straniere hanno depauperato un dipartimento con incredibili potenzialità economiche. Adesso l’aria intorno al Cerro Rico è permeata di metalli pesanti, che si trovano anche nell’acqua e negli alimenti coltivati: metalli pesanti che portano a malattie e morti dolorose e precoci.

La situazione è stata ulteriormente peggiorata dalla politica del dopoguerra degli USA, che, permettendo la privatizzazione delle aziende che lavorano alla miniera, ha reso instabili e insicuri tutti i posti di lavoro, sottraendo ogni forma di protezione che il governo aveva imposto quando aveva nazionalizzato le miniere.

I lavoratori necessitano di foglie di coca da masticare per poter continuare a lavorare per dodici, quattordici o anche più ore al giorno. Esistono anche i ventricuatrear, cioè coloro che, supportati quasi solo dalla coca, lavorano per 24 ore ininterrotte.

La situazione politica del sud America negli anni del dopoguerra venne fortemente influenzata dagli USA, che spalleggiarono le dittature più sanguinose, come quella di Pinochet in Cile. Questa politica, atta a sovvertire i governi democraticamente eletti a favore di stati militarizzati più compiacenti ai rapporti diplomatici con gli Stati Uniti, è nota con il nome di Operazione Condor. A farne le spese, oltre al Cile, furono Paraguay, Uruguay, Argentina, Bolivia, Perù e Bolivia. In Bolivia si distinguono, purtroppo, più fasi dittatoriali: la prima, cominciata nel 1964, è capeggiata dal generale René Barrientos. Strenue oppositore dei diritti dei lavoratori, che in quegli anni stavano iniziando a formare dei comitati e dei sindacati per la tutela dei minatori, venne finanziato direttamente dalla CIA (che tra l’altro lo aggiornò su alcune delle pratiche di tortura più efficaci). Moltissimi i dispersi e i morti del regime (il numero oscilla tra 5000 e 8000 unità, ma è una stima al ribasso). Tra i suoi fedeli c’era anche Klaus Barbie, gerarca nazista rifugiatosi in America Latina dopo la guerra, un criminale di guerra (capo della Gestapo a Lione è accusato di assassinio, tortura e invio in campi di concentramento un totale di quasi 30000 persone). Barbie divenne un membro importante dell’Intelligence boliviana, ma era anche assoldato dalla CIA. I suoi squadroni – composti da neofascisti e neonazisti – si resero responsabili di torture e omicidi negli anni del governo Barrientos (supportati dal governo stesso). Negli anni Settanta è stato il generale Hugo Banzer Suárez a proseguire nel sistema dittatoriale boliviano, appellandosi ai metodi violenti del predecessori.

Come si evince da questo piccolo riassunto, le dittature non hanno ovviamente aiutato i diritti dei lavoratori boliviani né garantito loro i diritti fondamentali. Per questo ancora oggi è difficile trovare condizioni dignitose di lavoro per i minatori e per lo stesso motivo molti bambini sono costretti a lavorare in miniera: ufficialmente non risultano lavoratori, magari lo devono fare per estinguere il debito di un genitore, o per supportare economicamente famiglie disastrate dalla povertà estrema. Alcuni anni fa, sotto pressione degli stessi bambini lavoratori, il governo ha varato una legge che abbassa l’età lavorativa a 10-12 anni. Un successo/insuccesso: da un lato garantisce ai minori lavoratori delle tutele (la legge era stata voluta dal NAT, Niños y Adolescentes Trabajadores, associazione che riunisce i bambini lavoratori) ; dall’altro testimonia la necessità, per i minori, di lavorare anche durante l’infanzia.

La situazione dei minatori viene affrontata nel suo insieme, con sporadici richiami alla storia del Paese, e più direttamente attraverso lo sguardo di Alicia, una ragazzina di quattordici anni che vive e lavora nei pressi della miniera, in una casa fatiscente, orfana di un padre violento, con una sorellina piccola e una madre poverissima. La sua storia è simile a quella di molti altri bambini che, per supportare la famiglia, sono costretti a lavorare fin da piccoli. Il saggio di Izagirre si addentra anche nelle pieghe socio-culturali che la povertà impone: tra tutti, oltre al basso livello d’alfabetizzazione, soprattutto la violenza di genere, estesa e impunita. Gli stupri e le botte domestiche sono all’ordine del giorno, in un clima di maschilismo e prevaricazione secolare che solo un minimo di istruzione e ricchezza potrebbero depennare.

La politica boliviana continua ad essere instabile ancora oggi, e proprio in questi mesi si parla di un ritorno alla militarizzazione del paese, con un’estromissione degli indigeni nei seggi politici di rilievo e l’arresto di alcuni importanti esponenti dei sindacati con dubbie accuse. Lo scenario è, come sempre, molto complesso: nel novembre del 2019 il presidente Evo Morales (primo indigeno a ricoprire tale carica) si dimette in un clima di turbolenze. Gli vengono contestate la sua quarta rielezione e brogli elettorali. Morales fugge in Messico; esiste una sorta di governo provvisorio, capeggiato da Jeanine Añez, leader dell’opposizione. Al momento si aspettano delle elezioni per eleggere il nuovo capo di stato (erano previste per inizio maggio ma l’epidemia ha prorogato i tempi).

A fine maggio l’esercito ha addirittura lanciato un ultimatum al parlamento per l’elezione dei vertici militari. [L’avvento del coronavirus rischia di far esplodere il delicato equilibrio di molti paesi del centro-sud America, non solo la Bolivia].

Una nota agli editori: il libro è del 2019. Allora come me lo spiegate una copertina che pare vecchia di vent’anni??? NO. Che poi, vorrei dire, si parla di una miniera su una montagna a 4000 metri di quota senza acqua e mi mettete un lago in copertina? Mah.

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