Bomba atomica di Roberto Mercadini

Editore: Rizzoli

Anno di pubblicazione: 2020

Pagine: 240

Copertina di: Bomba atomica

Che senso ha raccontare la storia della bomba atomica? Nessuno, in apparenza. Perché tutti sappiamo già come va a finire. Il mattino del 6 agosto 1945, la bomba viene sganciata sulla città di Hiroshima. E fa circa centosessantaseimila vittime. Eppure, c’è un eppure. Perché questa è una storia diversa da tutte le altre. La sorpresa non sta nel finale, ma nei singoli passaggi. Un presidente che sale al potere nel momento sbagliato. Una rete di falsi sospetti e informazioni top secret. Un gruppo di eccentrici fisici convinti che i marziani siano qui tra noi, e che in nome della scienza non ci siano limiti che non si possano superare. E ancora: Nobel consegnati per errore, città create dal nulla, improvvise sostituzioni e rovesciamenti di sorte. Se dietro ogni grande disastro si nasconde una serie di casualità e di errori – più o meno piccoli, più o meno umani –, allora l’esplosione di Fat Man e Little Boy è senza dubbio la più grande catastrofe della Storia, “una catena di fatti eccezionali, imprevedibili e paradossali inanellati in modo impeccabile”.

Questo breve saggio romanzato racconta la nascita della bomba atomica. Che è nata, scopriamo, per una serie di passaggi di palla, quasi un dribbling inaspettato; la strada che ne ha garantito sia la nascita che l’utilizzo è stata tortuosa e, il più delle volte, imprevedibile.

Premessa fondamentale: il saggio è tratto da un’opera teatrale, perché l’autore è un’artista, scrittore, autore teatrale romagnolo. Per chi non lo conoscesse consiglio tantissimo i suoi video di Youtube, piattaforma su cui parla un po’ di tutto: si passa dall’errore di inserire i peperoni ne Il nome della rosa, alla vita di celebri pirati, all’analisi del Cantico dei Cantici. Il tutto con uno stile fresco, dialogato, che riesce a catturare l’attenzione.

Parto carichissima di aspettative perché come personaggio di Youtube mi piace molto. Devo dire che le prime pagine mi hanno un lasciata po’ perplessa, perché si sente molto l’origine teatrale del saggio. Nel senso che ci sono dei discorsi che sono riconoscibilissimi dell’autore (io mi immaginavo proprio la sua voce mentre leggevo): perfetti per un’opera teatrale ma che secondo me non risuonano bene con un testo scritto. Però devo dire che questo stile molto discorsivo è diventato una caratteristica che ho amato e apprezzato tantissimo per tutto il resto del saggio, soprattutto quando si spiegano fenomeni legati alle proprietà fisica e chimiche della costruzione della bomba. Perché io sono capra assoluta in quelle materie, e la iper-semplificazione dell’autore, unita a metafore paradossali ma funzionali, mi hanno aiutato moltissimo a districarmi nel marasma di termini scientifici. Credo che questo sia un pregio assoluto del divulgatore, saper approcciarsi e far approcciare materie o soggetti ostici a chiunque. [Voglio essere chiara, non è che nel libro siano presenti formule di chimica avanzata o complessi procedimenti di fisica nucleare; semplicemente l’autore riesce a rendere alcuni procedimenti per lo più nebulosi a molti – vedi la scissione dell’atomo – in maniera tale da risultare comprensibili]. Ho adorato questo aspetto e la scelta decisamente inconsueta delle metafore, che, proprio per la loro originalità, rimangono impresse.

Mi è piaciuta la presentazione dei vari personaggi coinvolti, da Hitler, a Fermi a Oppenheimer, insieme a tutti i nomi meno noti ma comunque fondamentali nel processo di costruzione della bomba.

Ho particolarmente apprezzato che Mercadini citi anche delle scienziate, donne, che ebbero un ruolo chiave nell’ideare teorie fondamentali per la bomba atomica. Scienziate che, ovviamente, non raggiunsero mai la fama dei loro colleghi uomini, ma che furono essenziali. È un piccolo dettaglio forse, però sono sinceramente contenta che siano state inserite nella storia perché è raro veder riconosciuto il ruolo femminile, specie nei rami scientifici. Ci tengo a citarle perché sono scienziate notevol. La prima, Ida Noddack, era una chimica e fisica tedesca: nominata tre volte per il Nobel alla chimica non vincerà mai. È nota perché criticò il premio Nobel Enrico Fermi e il suo esperimento sugli atomi di uranio (inventando così la teoria della fissione nucleare). Questa sua teoria venne ridicolizzata e nessuno la considerò possibile nel 1934 (anche se pochi anni dopo si scoprirà che la Noddack aveva ragione). L’altra grande scienziata citata è Lise Meitner, che contribuì alla scoperta, in laboratorio, della fissione nucleare. Nonostante lei sia stata un ingranaggio fondamentale per decodificare il processo, sarà solo Otto Hahn a ricevere il Nobel per la chimica nel 1944 per la scoperta della fissione nucleare. Tra l’altro Lise Meitner, convinta pacifista, rifiutò sempre di lavorare per la creazione della bomba atomica.

A queste due grandi donne si aggiunge una giovanissima laureata in fisica, Leona Woods, dottoranda di Chicago e membro più giovane del Progetto Marshall (all’epoca aveva ventitré anni) che aiutò a creare un contatore per le radiazioni nei primi esperimenti nucleari.

Ho anche apprezzato la delicatezza dello scrittore nel parlare delle conseguenze delle bombe, uno dei punti più onesti del saggio, in cui la voce narrante diventa quasi atona per una sofferenza muta, indicibile:

“Resta il fatto che io non so raccontare centosessantaseimila persone che muoiono. Per un motivo molto semplice: non so neppure immaginarle.”

È un racconto/saggio che io ho letto nel giro di qualche ora e che mi è piaciuto molto, moltissimo. Mi ha fatto venire voglia di sapere, di conoscere di più. Di leggere qualcosa d’altro dell’autore, questo è certo, ma anche di scoprire altro della storia raccontata, dei personaggi che sbucano fuori dalle pagine magari solo per pochi momenti ma che sembrano gridare per catturare la mia attenzione. Consigliatissimo.

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