5 saggi d’arte + 1

[Premessa: questo articolo era pronto per la pubblicazione già a febbraio. Però a marzo ho deciso di dedicare gli articoli alle donne e poi il progetto “Dante” mi ha portato via un po’ di tempo tra lettura e pubblicazione. E poi ad aprile mi è venuto il ghiribizzo sulla Liberazione. Quindi i saggi hanno continuato ad essere rimandati. Fino ad ora].

Sono abbastanza felice perché, come mi ero ripromessa in questo post, sono riuscita nei primi due mesi dell’anno a concludere diversi saggi. Argomento: arte.

Ho deciso di riassumere qui le mie impressioni da profana, per dare un giudizio generale delle opere.

Mi preme sottolineare, prima della recensione, che io di arte capisco poco o nulla, soprattutto di quella contemporanea. Per me molti nomi restano, appunto, nomi, e non sono immediatamente traducibili nelle opere d’arte o nei movimenti artistici di appartenenza del singolo.

Altra premessa: i saggi sono stati scelti in maniera quasi casuale, a partire da alcune uscite che mi avevano incuriosito moltissimo al momento della loro pubblicazione. Ho deciso poi di recuperare altri saggi sul tema, e mi sono imposta un unico limite: i saggi avrebbero dovuto essere recenti, cioè pubblicati tra il 2020 e il 2021. Perché, sì, la nostra percezione e il giudizio di artista e opera cambiano nel corso degli anni, e io volevo partire da basi simili.

Questi libri affrontano aspetti diversi della storia dell’arte, e si prefiggono anche obiettivi diversi: mi preme sottolinearlo per amor di chiarezza.

Senza ulteriori indugi, direi di cominciare questa carrellata.

Inizio con un saggio che mi aveva super-incuriosita a fine 2020: Figure. Come funzionano le immagini dal Rinascimento ad Instagram, di Riccardo Falcinelli, edito da Einaudi (519 pagine; una quarantina sono di bibliografia/note). Un saggio bellissimo, in cui l’autore riesce a parlare di arte in maniera semplice, portando sempre esempi e figure che spiegano ciò che sta scrivendo. Spesso accosta immagini e quadri “celebri” dell’antichità, con pubblicità o inquadrature cinematografiche moderne. Si affrontano 7 macro-aree (spazio, forme, percezione, meccanismi, topologia, composizione e medium) che garantiscono una lettura generale di quello che definiamo “arte”. Per esempio, chi ha deciso che i quadri debbano essere rettangolari? O da quale prospettiva vadano guardati? O ancora, come mai i “cattivi” sono schierati sulla destra di una rappresentazione, mentre i buoni a sinistra (concetto che torna anche in Biancaneve e i sette nani della Disney)? Quanto le modifiche che vengono apportate alle immagini ne sanciscono il successo o le spediscono al dimenticatoio?

A queste e molte altre domande che non sapevate di avere, troverete risposta nel saggio, che tra l’altro ha un prezzo di copertina davvero molto basso, appena 24 euro.

Sono curiosissima di riprendere altri saggi dell’autore, e spero di riuscire a farlo in tempi ragionevoli (volevo dire brevi, ma il mio concetto del tempo è molto elastico).

Le muse nascoste

Passo ad un altro saggio che volevo leggere ad ogni costo, Le muse nascoste. Protagoniste dimenticate di grandi opere d’arte di Lauretta Colonnelli, edito da Giunti nel 2020 (239 pagine).

Anticipo che il saggio mi è piaciuto molto e offre delle interessanti informazioni sulle muse che ispirano celebri quadri. Da Matisse a Hopper, da Tiziano a Cézanne, diversi autori hanno dipinto (e ridipinto) donne poi dimenticate dalla storia.

Il leit-motif dell’intero saggio è che gli artisti, nel 98% dei casi, sono uomini di merda. Persone che, nella loro vita privata, facevano concorrenza allo scarafaggio stercorario per trasporto di materia fecale.

Balthus nei suoi quadri raffigura ragazzine, poco più che bambine, con le cosce al vento (Balthus, giusto per capirci, muore nel 2001, non nel 1300).

Bernini non solo cercò di accoppare il marito dell’amante, ma pure il fratello, reo di avere una storia con la sopracitata amante. Per placare l’ira funesta utilizzò un metodo che pure ora è di gran moda tra gli stalker più fanatici: sfregiare la donna amata. Bernini infatti, essendo una personcina perbene, chiese al servo di avvicinarsi a Costanza Bonarelli – questo il nome della sua sfortunata amante – e poi, a tradimento, sfregiarla con una rasoiata. Aaaah, i geni incompresi (“fun fact”: alla fine di tutta questa storia fu Costanza a passare un periodo in galera, con l’accusa di adulterio. Bernini no, andò avanti per la sua strada).

Passiamo poi a Cézanne, che nascose per anni moglie e figlio al padre, per evitare di essere diseredato.

Hopper cominciò a dipingere grazie alla moglie, Josephine Nivision, all’inizio ben più celebre di lui. Anzi, fu proprio la moglie a garantirgli le prime esposizioni nelle gallerie d’arte. Ma, una volta raggiunto il successo, si trasformò in un misogino maschilista, che non faceva altro che sottomettere e umiliare Josephine, denigrandone l’estro artistico. Cercò sempre di limitare le libertà della moglie, impedendole di guidare o di dipingere nel suo atelier riscaldato.

Grant Wood invece, autore del celebre American Gothic, usò la sorella come modella per la donna del quadro, imbruttendola e dandole una smorfia infelice. Fatto che la sorella non apprezzò particolarmente, chissà perché (ma lui almeno si fece perdonare).

Passiamo a John Everett Millais, che sposò Effie Gray, salvo poi cominciare ossessivamente a riprodurre nei quadri la sorellina più piccola, Sophie, di appena 13 anni. Qui la situazione è creepy a 360°. Il primo marito di Effie Gray infatti era un celebre critico d’arte, tale John Ruskin, che era un pedofilo. Sembra che il matrimonio non sia mai stato consumato perché Effie al tempo delle nozze, 18enne, era già troppo “adulta” per i gusti di Ruskin. Sophie, i cui rapporti con Millais non vennero mai chiariti del tutto seppur si sospetti una relazione sessuale, morì male: a 38, malata da tempo di anoressia nervosa, dopo aver trascorso del tempo in un manicomio (e siamo a fine ‘800, sappiamo cosa fossero i manicomi).

Ma la palma d’oro per l’uomo più condannabile spetta certamente a Oskar Kokoschka, artista che io manco conoscevo ma che si è distinto come essere più inquietante di tutta la carrellata: Kokoschka fa realizzare una bambola a grandezza naturale della sua ex amante; una sera, incazzato come una biscia, spacca una bottiglia di vino che squarta il tessuto della bambola, imbrattandola di liquido rossastro simile a sangue. Ma questa è solo l’ultima delle trovate del nostro beniamino. Nei mesi in cui era amante di Alma, la sua musa, il pittore, una volta uscito dall’abitazione della donna, rimaneva davanti al portone dell’amante per controllare che nessuno entrasse.

Stampò senza il suo consenso le pubblicazioni di matrimonio (quando scoprì i piani, Alma scappò in Svizzera. E fece bene).

Non contento decise di mettere su tela un fatto privatissimo di Alma, cioè la scelta di abortire. Oskar era contrario, e quindi perché non umiliare la donna dipingendo un enorme tela con un neonato imbruttito nell’angolo che pare uscito da una gatta che ha proprio le sembianze del volto di Alma?

Oskar continuò a scrivere, pervicacemente, alla povera Alma, che pure se n’era andata negli Stati Uniti pur di levarselo di torno. Niente da dire, Oskar merita un Oscar per Artista Stalker del secolo!

Giusto per capire il livello di ossessione: questa era la bambola di Alma commissionata da Oskar. È pelosetta perché l’artista aveva espressamente richiesto che fosse morbida. Tra le altre richieste fatte alla creatrice della bambola c’era la pretesa che avesse la bocca aperta, con i denti e la lingua. Io non voglio pensare male, ma Oskar rende tutto molto creepy. Fonte: Kokoschka’s Alma Mahler doll | Lewis Art Café (lewisartcafe.com)
Giusto per capirci, questa era la vera Alma Mahler. Fonte: hist_alma_mit_hut_med.jpg (500×717) (alma-mahler.at). Il sito è interamente dedicato alla figura della Mahler

Tra l’altro questo maschilismo nell’arte, la sottomissione e i comportamenti da denuncia di molti artisti li avevo già indicati nel saggio Vite segrete dei grandi artisti (perché qui non sono citati Picasso o Pollock, altri due pittori dalla discutibilissima etica nelle relazioni).

Le disobbedienti

Passiamo poi a Le disobbedienti di Elisabetta Rasy, edito da Mondadori nel 2020 (272 pagine) Qui devo esprimere due aspetti che secondo me limitano la fluidità e la godibilità del saggio. Il primo, di natura editoriale: la scelta di non inserire quasi nessun quadro delle pittrici citate. A parte un singolo dipinto a inizio biografia, tutte le altre opere menzionate nel testo non sono riprodotte. Per come sono fatta io, cioè pigra inside, è stato un limite. Ogni due per tre mi costringeva ad andare a recuperare su internet i quadri di cui si parlava. Ribadisco, ha interrotto la lettura e mi ha fatto storcere il naso perché si tratta sì di biografie, ma di biografie di artiste e pittrici, quindi se si vuol spiegare parte della loro vita anche attraverso il loro lavoro per me è necessario vedere quel lavoro. Ma lo stesso varrebbe pure per un poeta o uno scrittore, non mi basta la descrizione dell’opera, devo poterne vedere un assaggio, un pezzo, qualcosa.

Il secondo aspetto che non mi ha convinto, ma qui è di natura squisitamente personale, è lo stile dell’autrice, che per me è un po’ troppo ridondante. Non so, forse mi sbaglio o è una mia impressione, mi ha ricordato dei testi degli anni Ottanta, in cui c’è molta ricerca stilistica, ma che diventano un po’ pesanti nell’esposizione.

Infine un dettaglio che mi ha fatto storcere un pochetto il naso, ovverosia la presenza ingombrantissima dei pittori famosi che fecero parte della vita di queste artiste.

Ora, io quando studio Picasso a scuola è rarissimo che mi venga citata la sua vita privata (e sì che ce ne sarebbero di cose da dire e da scrivere!). Perché? Perché, almeno finora, è l’opera d’arte finale quello che conta, non la vita privata dell’artista. Perché invece, quando si parla di artiste donne, si devono passare pagine e pagine a riflettere sul ruolo che ebbero gli uomini nella loro vita? Ribadisco, in parte lo capisco, ma in generale non ci siamo.

Per il resto è una collezione di biografie anche interessante, ma lascia il tempo che trova. Sulle altre artiste non posso esprimermi troppo, essendo capra in materia. Su Frida Khalo, di cui recentemente ho letto una biografia romanzata, posso dire che la ricostruzione della Rasy è limitata. Ci sta, le pagine ha disposizione non sono tante, ma comunque la storia d’amore con Rivera, che ci hanno propinato in ogni salsa, è decisamente idealizzata. Sempre che si storia d’amore e non di dipendenza si possa parlare. Io non mi metto ad analizzare nel dettaglio, ma Diego tradì Frida sempre, pure facendola soffrire pesantemente, andando addirittura a letto con la sorella di lei, Cristina. E non per una botta e via, ma per una relazione anche lunghina. La abbandonò per un anno, la tradì senza ritegno…boh, secondo me è anche per queste rappresentazioni forzate e falsate dell’amore che ci facciamo idee strane di cosa significhi amare davvero una persona.

Passiamo a La storia dell’arte in 21 gatti di Nia Gould, pubblicato nel 2020 da Edizioni Sonda. Una piccola chicca, che ci presenta, come suggerisce il titolo, 21 ritratti di felini secondo stili e movimenti artistici diversi. Per me è geniale, è può essere anche un valido ausilio per introdurre l’arte ai bambini!

Tra l’altro un aspetto che ho apprezzato particolarmente è quello di prediligere l’arte contemporanea a quella antica/medievale/moderna. Ovviamente non è un manuale o un saggio per lettori esperti, ma io l’ho trovato molto azzeccato!

L’autrice, Nia Gould, è un’illustratrice di libri per bambini (e vi rimando al suo sito: Nia Gould Studio). Il saggio mi ha anche permesso di scoprire l’editore, un nome nuovo per me, Sonda, di cui ho sbirciato il catalogo e mi ha colpita la scelta di libri per bambini!

Arte è liberazione

Penultimo saggio, Arte è liberazione di Tomaso Montanari e Andrea Bigalli edizioni Gruppo Abele (2020). Questo editore è quello di Libera, l’associazione contro la mafia diretta da Don Ciotti.

Il mio principale problema con il testo è che NON è un manuale d’arte nel senso convenzionale. E, devo essere onesta, ho faticato parecchio a trovare un fil rouge tra le opere scelte e i commenti dei due autori. Il saggio è così strutturato: viene presentato un capolavoro – monumento, quadro, statua, gioiello – delle varie regioni d’Italia. Poi i due autori, a turno, ci ricamano sopra una riflessione. Riflessione che, va detto, divaga completamente dall’opera. Per esempio per il Piemonte si parla della Cappella dell’Abbazia di Novalesa. Di questa cappella io non ho scoperto nulla, perché in realtà l’edificio è solo un pretesto per parlare di Grandi Tematiche: in questo caso della TAV. Che, per l’amor del cielo, va benissimo parlarne. Ma nei commenti la cappella viene completamente dimenticata, se non per sottolineare come la montagna va protetta. La Maddalena penitente del Canova (Liguria) diventa pretesto per parlare di femminicidio. Va bene tutto, sono tutti temi validissimi. Ma in una paginetta non mi si contestualizza l’opera e si tende a divagare.

Qui riconosco che la colpa è mia, perché mi aspettavo un saggio d’arte, e invece questo è più una riflessione filosofica e teologica. Diciamo che forse fa scoprire nuove opere d’arte, ma non si addentra certo nella loro spiegazione.

L’unico aspetto che ci tengo a sottolineare, perché dovrebbe essere conosciuto da tutti, la storia dell’(ex) Santo Simonino. La sua storia/leggenda è peculiare: siamo a Trento nel 1475, giorno di Pasqua: viene rinvenuto il cadavere di un bambino nel canale vicino alla casa di un ebreo. Siccome gli ebrei sono stati – e sono ancora – vittime di forte antisemitismo, i cristiani dell’epoca, guidati dal vescovo della città, decidono di mettere sotto sopra la casa in cui, si vociferava, fosse stato torturato il bimbo prima di morire. A quel punto una quindicina di ebrei vengono arrestati e torturati e dichiarano di tutto e di più: in particolare di aver compiuto un rito magico che prevedeva lo smembramento del bambino. Il sangue del pargolo sarebbe poi stato intinto nel pane azzimo: una sorta di Ultima Cena con svolte cannibali. Nonostante la comunità ebraica sborsi cifre esose per ottenere il rilascio dei poveri disgraziati, vennero uccisi tutti gli arrestati.

Il secolo successivo Simonino diventa Santo.

Una figura, la sua, che rimane popolare fino agli anni ’50 e ’60 del Novecento: durante la processione dedicata al Santo si vestivano i bambini come dei pargoletti medievali.

Solo una storica particolarmente scrupolosa, Gemma Volli (di cui avevo già parlato qui), studia gli archivi, scopre che la santità di Simonino cela un feroce antisemitismo e la Chiesa si affretta ad abolire il culto del santo.

La sua salma viene seppellita e…tutto bene quel che finisce bene? Ovviamente no, perché ancora oggi molti auspicano un ritorno del culto, nonostante sia basato su dati falsi e manipolazioni storiche. La vicenda del falso santo è raccontata nel dettaglio nel sito del Museo Diocesano Tridentino (Simonino da Trento – MUSEO DIOCESANO TRIDENTINO). Ma, ahimè, esistono ancora menti convinte del Complotto Contro…non so cosa, a quanto pare contro San Simonino: ne avevo già parlato l’anno scorso, e purtroppo è ancora attivo un sito che cerca di riportare in auge il culto del santo bambino (San Simonino da Trento – Sito ufficiale del Comitato san Simonino (wordpress.com)). L’anno scorso era prevista una conferenza dall’illuminante titolo di Quando il politicamente corretto cancella la storia. Posso capire il fervore popolare, ma il culto non è stato abrogato perché “politicamente corretto”, ma perché non sussistevano le basi per rendere Simone un martire e dunque un santo: non ci sono prove della sua morte violenta, né del fatto che sia morto a causa della sua appartenenza al credo cristiano. Di fatto non ci sono prove che indichino che sia stato ucciso, potrebbe pure essersi trattato di una morte accidentale. Quello che sappiamo con certezza è che gli ebrei vennero ammazzati dopo una condanna ingiusta e faziosa.

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E infine l’ultimo che non è proprio un saggio ma un  numero di Art e Dossier intitolato Arte e Alchimia. Dall’antico al contemporaneo di Mauro Zanchi. Io non ho mai letto Art e Dossier, ed è una rivista molto curata con qualità fotografiche eccellenti.

L’argomento è molto interessante, ma si parte dal presupposto che il lettore abbia già un’infarinatura dell’argomento in questione. E io sono assolutamente capra, quindi molti riferimento o commenti mi sono proprio scivolati via. Quando poi siamo andati all’arte contemporanea ho rinunciato a capire. Alcune installazioni, quelle per cui era fornita una spiegazione, almeno le ho potute inquadrare e – se non proprio apprezzare – almeno capire. Altre erano – e restano – misteri. Mi piace la fissazione degli alchemici per le frasi palindrome, come:

“IN GIRUM IMUS NOCTE ET CONSOMIMUR IGNI”

Ci aggiriamo di notte e siamo consumate dal fuoco.

Sembra un indovinello vecchissimo, come quello “chi è che ha 4 gambe al mattino, 2 al pomeriggio e 3 alla sera?”. No, a parte scherzi, mi sembra strano che Dan Brown non ci abbia fatto su un mapazzone dei suoi: alchimia, frasi mysteryose, Chiesa e ancora mystery…

Bon, siccome questo articolo è diventato un papiro, direi che è giunto il momento di fermarsi qui. A presto!

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